All’inizio, lo ammetto, questo libro non mi ha conquistata e per diverse pagine ho faticato a lasciarmi coinvolgere. Poi, circa a metà, sono stata improvvisamente catturata da quella dinamica sottile e potentissima che Annie Ernaux costruisce attraverso i pronomi: quel tu, rivolto a Ginette — la sorella morta, mai conosciuta — e quel loro, rivolto invece ai genitori. Un gioco che scava negli affetti e nelle assenze: coloro che hanno condiviso la vita concreta dell’autrice, che le sono stati accanto ogni giorno, a un certo punto diventano loro, una presenza distante, quasi irraggiungibile; mentre la sorella mai incontrata, mai vissuta, diventa tu, presenza intima, vicinissima.
Ho letto queste pagine come un atto finale, nel senso più profondo del termine: il tentativo di portare finalmente alla luce un segreto di famiglia. Di quei segreti che, come spesso accade, non sono davvero nascosti — tutti ne conoscono il contorno, tutti ne percepiscono il peso — eppure restano sospesi in uno spazio dove nessuno osa nominare davvero le cose.
Qui, invece, Ernaux sembra compiere proprio quel gesto: dare un nome, dare una voce, e forse, finalmente, pronunciare anche la parola più difficile di tutte — fine.