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Il libro dai sette sigilli - Cristiana Dobner

Il libro dai sette sigilli è Edith Stein, così soprannominata dalle sue sorelle maggiori. Libro monumentale, sia Edith, sia la fatica di Cristiana Dobner, che si dimostra ancora tra le teologhe più documentate, colte e raffinate del nostro tempo. E a proposito di monumenti, il viatico per entrare nel mistero di Teresa Benedetta della Croce ( questo il nome scelto da Edith nel suo ingresso al Carmelo ) è proprio il busto che la ricorda nel duomo di Spira, con inciso questo epitaffio: “Ebrea, atea, cristiana e martire”. Questi quattro termini, vagamente spiazzanti se accostati, sono il primo segnale che rompere uno a uno i sette sigilli non è un’operazione agevole, né da svolgere su binari consueti. Credevo di leggere una biografia, ma mi sono ritrovato tra le mani la ricerca di una verità insondabile al crocevia tra Torah e Vangelo. Anche solo l’ultimo dei quattro termini è problematico: martire. Martire cristiana? L’autrice propende per il no, e io concordo. I nazisti non l’hanno assassinata in qualità della sua fede in Cristo: Edith è finita in una camera a gas perché ha seguito il suo popolo, e la sua fine l’ha scelta serenamente, respingendo ogni occasione di protezione e fuga che le si presentava. Martire dell’ebraismo? Altra difficoltà: per i nazisti era sicuramente ebrea, in accordo ai loro deliranti paradigmi biologici, ma la sua dimensione di fede era ormai quella cristiana. Inoltre, il nazionalsocialismo aveva accuratamente evitato di dare una connotazione religiosa alla soluzione finale, non importava se l’ebreo fosse ateo, ortodosso o convertito al cristianesimo: finiva comunque in gas. Ma allora è appropriato chiamarla martire? E se sì, è martire-testimone di cosa? Per rispondere a queste domande complesse e - alla lettera – cruciali, è bene leggere questo libro. Azzardo una mia risposta, in linea con lo spirito di questo saggio: Edith ha ricordato che il volto del Nazareno è il volto di un ebreo. Per noi contemporanei è facile affermarlo, quasi banale. Non lo è affatto per un’ebrea tedesca al tempo della Shoah, e lo è ancora di meno se per vivere questa verità è finita ad Auschwitz da dove, come milioni di suoi fratelli, ne è uscita come cenere dal camino. Di fronte all’assassinio di Teresa Benedetta, che per rimanere cristiana non ha cessato di essere ebrea, si aprono degli interrogativi che non permettono nessuna forma di superficialità. Per chi crede, interroga il senso della propria fede; per chi non crede ( il secondo termine dell’epitaffio ), interroga il senso ultimo della propria identità.

Uno sguardo nuovo - Beatrice Iacopini, Sabina Moser

“Uno sguardo nuovo”. Si poteva intitolare anche “Uno sguardo antico” oppure “Uno sguardo eterno” senza contraffarne l’idea portante. Etty e Simone sono infatti nuove, antiche ed eterne o, in una parola, sono inattuali. Inutile cercare in questo saggio una teodicea formalizzata - per questo ci si può rivolgere altrove, trattati sulla giustificazione del male non mancano - ma si farà l’incontro con due giovani ebree che hanno assunto la sofferenza su loro stesse, cercando di trasfigurarla. Il loro esempio non ha fecondato la nostra epoca (destino analogo a Gandhi, grandissimo maestro con pochissimi proseliti), ma fare la loro conoscenza significa riscattarne l’esperienza spirituale, cercando di renderla vivificante. Molto azzeccata l’idea di specchiare la storia e il pensiero di queste due grandi donne perché, nonostante le differenze indiscutibili ( Etty è sensuale, poetica, interiore, “resistente esistenziale”; Simone è ascetica, speculativa, farà la fresatrice in Renault e combatterà nella guerra civile spagnola ), il loro cammino converge, e giunge a un’unica meta. E non c’è da stupirsi. E’ una legge ineluttabile, come una gravitazione universale alla rovescia: ogni uomo o donna che si distacca dal suo piccolo io, si innalza sulla stessa vetta.

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