Alice Raffaele

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Canto della pianura - Kent Haruf

“Canto della pianura” è il primo volume della Trilogia di Holt, pubblicato già una ventina di anni fa da Rizzoli ma senza troppo successo. NN Editore ha pubblicato tre anni fa per primo “Crepuscolo” (che è il secondo della trilogia) ma è riuscita così a lanciare l’autore. Io ho preferito attenermi all’ordine cronologico di scrittura, scegliendo “Canto della pianura”, perché, anche se i romanzi successivi non sono collegati e hanno in comune solo l’ambientazione nella cittadina immaginaria di Holt, sono presenti comunque piccoli riferimenti ai personaggi.
L’aggettivo che userei per definire “Canto della pianura” è familiare. “Familiare” nel senso di “comune”, perché le vicende dei personaggi di Holt non sono storie a noi sconosciute, dalla ragazza minorenne incinta agli episodi di bullismo verso i più piccoli, dalle separazioni coniugali a quei genitori “elicottero” che intervengono quando gli insegnanti, secondo loro, non valorizzano e prendono di mira i loro figli. “Familiare” perché ho sempre pensato ai fratelli McPheron come a due cari nonni, che si prendono cura come possono di Victoria, superando le distanze generazionali e sforzandosi di instaurare un dialogo e poi un rapporto con lei. La difendono da Dwayne e dalle opinioni della gente; insistono per regalarle la culla più accessoriata; si inventano storie sulle giovenche al solo fine di tranquillizzarla. La famiglia sono anche le persone che scegliamo. Credo sia “familiare” perché è molto realistico, quasi in modo assoluto; l’autore non si risparmia, per esempio, nelle scene aventi protagonisti gli animali: il controllo delle vacche all’inizio e l’autopsia del cavallo verso la fine. I particolari non possono che provenire da storie vissute, a lui familiari.
Anche gli altri temi affrontati dal romanzo sono frequenti nella nostra quotidianità. Ci sarebbero molte cose da dire sui vari personaggi: mi limiterò a dire che il mio preferito, a parte i fratelli McPheron, è Maggie Johns: donna con un carattere forte, in grado di risolvere i problemi, non si fa prendere dal panico, che “qualche volta è stata sconfitta” ma ciò non ha influenzato la sua benevolenza verso gli altri.
Lo stile di scrittura di Haruf è molto pulito, essenziale, eppure così toccante in certi momenti. Attraverso i capitoli a più voci e i diversi punti di vista, riesce a fare un ritratto a 360 gradi della cittadina del Colorado e dei suoi abitanti. Il narratore esterno è molto obiettivo, non giudica mai i personaggi, lascia che siano le parole dei protagonisti a trasmettere le loro opinioni.
Ho letto questo libro due anni fa, divorando poi anche gli altri due libri della Trilogia così come “Le nostre anime di notte” e “Vincoli”, scollegati ma sempre ambientati a Holt. Per questo incontro, ho scaricato l’audiolibro per ottimizzare i tempi. Solitamente non vado matta per gli audiolibri, eppure “Canto della pianura” sentito mi ha sorpreso. Mi sono ritrovata a sfruttare ogni buco nella giornata, ogni spostamento a piedi, i minuti la mattina a prepararmi o la sera prima di coricarmi; ascoltavo la storia con curiosità, nonostante appunto già la conoscessi. Mi ha ricordato quando, durante l’infanzia, mi venivano raccontate storie la sera o quando in colonia a Cesenatico, prima di dormire e dopo le preghiere, ogni sera veniva proposta una narrazione diversa. E’ stato familiare anche per questo.
Ecco, termino questa lunga recensione con questo consiglio: provate ad ascoltare Kent Haruf, non solo a leggerlo.

Scoperta - Roberto Defez

Leggere "Scoperta" durante il secondo anno di dottorato di ricerca in Italia, pensando e sognando cosa potrebbe accadere al termine, è abbastanza scoraggiante.
Farlo mentre negli stessi giorni sono resi noti i risultati dell'VIII Indagine ADI su Dottorato e Post-Doc (https://dottorato.it/content/indagine-adi-2019), dove si stima che il 90,5% dei ricercatori attuali non resterà in accademia, lo è ancora di più.

Purtroppo ciò non è dovuto alla schiettezza della scrittura di Roberto Defez, primo ricercatore all’Istituto di Genetica e Biofisica "Adriano Buzzati Traverso" del CNR di Napoli, quanto più alla triste situazione della ricerca nel nostro Bel paese.

Approfittando dei casi più emblematici degli ultimi anni, come Stamina o la diffusione della Xylella negli ulivi pugliesi, nella prima parte del saggio Defez tratteggia come la fiducia verso la comunità scientifica e nei suoi risultati stia diminuendo sempre più.

"[...] si è diffusa la percezione di un esteso scetticismo verso i più autorevoli rappresentanti della comunità scientifica." - Pag. 60
"[...] ma succede invece che a persone di spettacolo venga chiesta, in pubblico, un'opinione su temi che non hanno potuto conoscere e studiare da professionisti." - Pag. 79

Prevalgono disinformazione o, peggio, mala informazione, notizie che hanno solo lo scopo di confondere, far traballare e insinuare dubbi persino su uno dei capisaldi di tutte le scienze: il metodo scientifico. Ciò in parte può essere imputato anche agli scienziati stessi, che dovrebbero imparare a fare una corretta divulgazione. Defez cita, come buon esempio, Roberto Burioni e i suoi interventi sul blog a difesa dei vaccini.

"Gli scienziati lavorano per il bene della società, non per il loro tornaconto immediato ed effimero, hanno lo sguardo lungo e progetti che si svilupperanno nei prossimi dieci o vent'anni, non hanno una prospettiva di pochi mesi. Naturalmente ci sono tante eccezioni, [...] ma la principale lezione che si dovrebbe trarre dalla vicenda degli OGM è che in parte, in buona parte, se questi hanno una reputazione così brutta, è anche colpa degli scienziati. È colpa degli scienziati che non hanno spiegato abbastanza, che non hanno capito quanto fosse fondamentale dialogare con il pubblico, che non sono riusciti ad agire con una sola voce, con un coordinamento, con una struttura adeguata alla rilevanza mediatica e sociale che il tema ha rivestito e continuerà a fare in futuro." - Pag. 93

Nella seconda parte del saggio, il focus è posto invece sui finanziamenti e i fondi concessi alla ricerca, in Italia come in altri stati europei. Tra il 2005 e il 2014, confrontando i progetti italiani finanziati con i bandi PRIN e quelli francesi dell'ANR, in media annualmente si riscontrano budget (31 milioni vs 500 milioni), numero di progetti, numero di impiegati e valutatori, e percentuale di successo (numero di progetti finanziati rispetto al numero di domande totali fatte, 6,7% vs 20%) tutti decisamente più elevati per i nostri vicini oltralpe.

"Qui si cerca di far competere in una maratona un atleta ben alimentato con un altro che non tocca cibo e acqua da giorni. Questa non è una competizione, è uno spreco di intelletti, cultura, inventiva, opportunità, innovazioni, brevetti e possibilità di impiego in aziende che creano occupazione e benessere, ma soprattutto è uno spreco di giovani." - Pag. 121

Il problema è sia nell'ammontare dei fondi e delle risorse, ma anche nelle tempistiche.

"Per alcuni progetti regionali di ricerca vengono montati affollati network a cui partecipano decine di singoli ricercatori e che includono chiunque abbia una vaga pertinenza nel campo in oggetto. Seguono riunioni, scambi di email, integrazione di progetti e lavoro di redazione, che si svolgono in maniera parossistica fino ad arrivare al giorno limite massimo della scadenza per la presentazione del progetto. Un volta presentato il progetto, si entra in una fase di letargo, in cui tutti i gruppi di ricerca coinvolti non sanno cosa succede e se il finanziamento arriverà mai. [...] Finanziare un progetto di ricerca sette anni dopo la sua redazione è semplicemente assurdo." - Pag. 127-128

Tale attesa snervante sarebbe più sopportabile (anche se sicuramente non sette anni) se la maggior parte dei ricercatori avesse una posizione stabile e certa. E invece:

"Esistono ricercatori che hanno avuto la lettera di presa di servizio per una certa data e 45 giorni dopo non hanno ancora firmato un contratto (e quindi ricevuto uno stipendio). Ci sono ricercatori senior a tempo determinato che hanno avuto varie proroghe dei loro contratti e che non hanno idea se il loro contratto sia stato o meno prorogato finché non lo scoprono indirettamente dall'accredito dello stipendio. Immaginatevi di trovarvi in una situazione simile: andate al lavoro tutte le mattine senza sapere se il vostro contratto è attivo o meno, per svolgere un'attività di ricerca scientifica in cui, tra programmazione degli esperimenti, l'indirizzo delle tesi di laurea degli studenti e la pubblicazione dei lavori scientifici, ogni azione che si compie ogni giorno in laboratorio ha una ricaduta media a tre anni." - Pag. 129

Si sta attraversando un ponte traballante, anzi, si sta camminando su una corda, con dei pesi in mano, senza una rete sottostante che possa attenuare le cadute, per raggiungere un'estremità distante anni. Viene quindi naturale cercare altri appigli, trovare dei piani B, dei cuscinetti per essere in grado poi di lavorare più tranquillamente.

"Tutta questa precarietà nella gestione dei fondi di ricerca obbliga, tuttavia, gli scienziati a proporsi per fare qualunque tipo di progetto su un qualunque campo vagamente attinente al proprio: la speranza è che per un progetto che non passa o non porta fondi in tempi brevi, ce ne sia un altro che riesca a compensare e a tenere in vita il laboratorio." - Pag. 130

Cosa possiamo fare? Per i fondi, continuare a denunciare la situazione corrente.
Per dialogare con il pubblico, Defez sottolinea due aspetti fondamentali da usare maggiormente e su cui investire di più, nel mondo della ricerca: il metodo di peer review e l'importanza del gruppo. Agire come una grande comunità, non come singoli ricercatori, coordinandosi e trattando problematiche di tutte le discipline scientifiche, appoggiandosi a valutazioni obiettive fornite da specialisti del settore, in modo tale da creare "fonti inesauribili di fatti da cui anche la stampa possa pescare dati".

"Le statistiche internazionali dimostrano che se si finanzia regolarmente la ricerca, questa diventa il miglior investimento possibile anche solo in termini finanziari. Scegliere di investire davvero in ricerca, non solo parlarne, è il modo migliore per fermare l'emorragia di teste e il declino del paese." - Pag. 166

Riusciremo a farlo capire? Insistiamo, anche con saggi come questo. Defez ha individuato le principali problematiche della ricerca in Italia, le ha analizzate e ne ha prescritto una potenziale cura. Sarà quella giusta? È perlomeno da tentare.

Il fiore del frangipani - Celestine Hitiura Vaite

Fin dalla copertina - anzi, fin dalla scelta durante l’incontro precedente del nostro Gruppo di Lettura - avevamo compreso che sarebbe stato un romanzo leggero ma con forti protagoniste femminili. Leggero sì, però non superficiale.

La storia di Materena, professionista delle pulizie, comincia dalla sua prima gravidanza, in attesa di Leilani, e continua fino a quando quest’ultima avrà raggiunto la maggiore età. Ogni capitolo è una sorta di storia familiare, come quando si va a visitare i parenti e si raccontano episodi di anni precedenti. Il risultato è carino, rilassante, tenero e semplice. L’intreccio infatti quasi non c’è, la trama è molto lineare e piatta.
Materena è un personaggio indipendente, che sa ascoltare gli altri, ed è solare, estremamente positivo: non si abbatte mai. Una partecipante sottolinea come ella sfrutti le cose negative sempre e solo per andare avanti, oltre i propri limiti. Anche se non sembrerebbe, è una donna che non ha solo pregi ma anche difetti: è contraddittoria in alcune azioni e pensieri, come quando dà alla figlia tutti gli strumenti per studiare (l’enciclopedia in primis - oh, il potere dei libri e della cultura!) e puntare a una vita diversa dalla sua, dove può realizzarsi professionalmente, ma poi non vorrebbe che si trasferisca a due ore di distanza. L’ambientazione nell’isola di Tahiti ha consentito all’autrice di raccontare del rapporto tra i tahitiani e i popa’a (i francesi), così come di alcune tradizioni locali, per esempio la divinazione per il sesso di un nascituro o il legame tra una persona e l’albero piantato per la sua nascita; alcune di queste credenze si possono collegare con simili riti e abitudini presenti anche da noi in Italia, come raccontano alcuni membri del gruppo.
Piccola curiosità: ci sono alcune analogie tra la vita dell’autrice e una delle cugine di Leilani… Che si sia “autoritratta”?
Una storia di donne per donne (forse troppo) ma non solo: pure i pochi - ahimè - uomini presenti alla discussione l’hanno apprezzata, in particolare per la sua freschezza e per il confronto che ne è scaturito tra la società attuale e quella di qualche generazione fa.

Nessun colpo di scena nella trama, tuttavia è stato sorprendente l’effetto che ha avuto sulla condivisione nel gruppo: è stato in grado infatti di evocare molti ricordi e aneddoti dalla memoria di ognuno, frammenti della quotidianità di ognuno di noi che ci hanno fatto sorridere, commuovere, aprirci agli altri come altri pochi titoli. È un libro comune in quanto universale: per esempio, la relazione tra Materena e Leilani è quella di molte madri e figlie, ed è anche emblema del connubio-scontro tra tradizione e modernità. È la storia di un riscatto e di una rivoluzione che avviene quando per la società la vita è già determinata. E invece no: mai smettere di inseguire i propri sogni, se ne vale la pena, pure a costo di sacrificare qualcosa. In caso, chiamate Materena e chiedetele un consiglio: saprà darvi ottimi e pratici suggerimenti ;)

Almarina - Valeria Parrella

Se dovessi scegliere un aggettivo per questo breve romanzo, sarebbe "artificioso". Si avverte già nel forte incipit la cura nelle costruzioni dei periodi e nella trasmissione delle immagini, la scelta non casuale del lessico, le capacità di Valeria Parrella.
Le sue sono frasi non scontate, che consentono al lettore di comprendere che quelle centoventi pagine circa non si leggeranno in fretta così come altri romanzi di simil lunghezza. Anzi, il lettore dovrà fare fatica - fin troppa - per stare dietro ai pensieri e alle azioni della protagonista, Elisabetta Maiorano. Lei è una professoressa di matematica che insegna nel carcere minorile di Nisida, a Napoli, che si affeziona a una delle sue allieve, Almarina. La storia segue l'evoluzione del loro rapporto, trascinandosi a fianco in contemporanea i ricordi del passato di Elisabetta, in primis quelli di un lutto improvviso che l'ha segnata e ha messo in pausa alcuni suoi sogni.
Da un libro più introspettivo che d'azione mi sarei aspettata qualche riga in più, su cosa porti le due donne a stringere un legame. Invece più leggevo e più mi ritrovavo confusa, disorientata sempre più dalla complessità appositamente creata delle frasi. Mi sembra quasi ci sia stata troppa attenzione nel voler rendere le frasi mai banali (il che non è un male) ma la scrittrice forse ha esagerato: sono così costruite che a lungo andare paiono eccessivamente forzate e non spontanee (il che, purtroppo, non è un bene).
Vorrei poter fare il confronto con lo stile in altri suoi romanzi, ma questo era il primo suo che leggevo.

La ragazza del convenience store - Murata Sayaka

"In questo piccolo mondo che si regge sulla normalità gli elementi estranei devono essere eliminati, uno dopo l’altro, in silenzio. Le presenze anomale vanno scartate. Ecco perché devo guarire. Altrimenti sarò allontanata dalla grande tribù delle persone 'normali'."

Keiko fa la commessa in un konbini, uno di quei tanti negozietti di città che offrono tutti i beni di prima necessità, aperti ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Ha un contratto a tempo determinato, fa gli straordinari più che volentieri, riesce a gestire situazioni critiche e collabora con i colleghi. Solo che svolge questo mestiere da quasi diciotto anni, dai tempi dell'università, e non ha un compagno né tantomeno dei figli. Ed ecco che la gente la reputa strana, anormale, un outlier da ridimensionare e riportare sulla retta via della media. I genitori, la sorella, le amiche, i colleghi e il suo capo: tutti quanti hanno il loro da fare a evidenziare le differenze tra la sua e le loro vite, giudicate invece conformi alla norma, al loro mondo.

"Può straparlare quanto gli pare ma non riesco a capire cosa intenda per 'mondo imperfetto'. Il suo discorso non ha senso, anche perché non credo che esista un 'mondo perfetto' in assoluto. Del resto non mi è mai stato chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di 'mondo'. In fondo che cos’è il mondo? Mi è sempre parso un concetto troppo astratto e inafferrabile."

Sì, Keiko è strana, ma chi d'altronde non ha le proprie peculiarità? La scrittrice tratteggia il suo carattere con delicatezza. Ogni azione che la protagonista compie per assimilarsi agli altri fa stringere un po' il cuore; la si vorrebbe abbracciare, ma probabilmente sarebbe troppo fragile e rischierebbe di rompersi. Ciò che affronta Keiko in questo lungo racconto è quello che molte persone si trovano davanti ogni giorno: l'insicurezza su sé stessi e le proprie aspirazioni; la difficoltà di trovare il proprio percorso; la consapevolezza che il proprio sé abbia il diritto di valere più dell'opinione di persone sconosciute. È qualcosa che in fondo abbiamo tutti in comune, il disperato bisogno di accettarci noi stessi, per poi realizzarci al di fuori: perché non dovremmo supportarci a vicenda?

The lunatic - Charles Simic

"Oh, ho detto"

"Il mio argomento è l'anima,
di cui è difficile parlare
dato che è invisibile,
silenziosa e spesso assente.

Anche quando si fa vedere
negli occhi di un bambino
o di un cane randagio,
mi mancano le parole."
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"Telefono defunto"

"Qualcosa o qualcuno che non so dire
mi ha fatto sedere davanti a questo gioco
che dopo molti anni sto ancora giocando
senza mai impararne le regole né capire
chi vince o chi perde,

anche se mi spremo le meningi studiando
l'ombra che proietto sulla parete
come uno che aspetta una telefonata
tutta la notte accanto a un telefono defunto
dicendo a sé stesso che potrebbe ancora suonare.

Il silenzio attorno a me tanto profondo
che sento mischiare un mazzo di carte,
ma quando mi volto sorpreso, c'è solo
una falena contro la zanzariera, la sua mente
come la mia troppo agitata per dormire."
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Quale miglior recensione che riportare una o due delle poesie più toccanti e lasciar parlare i versi?
Più che apprezzati anche i testi in originale a fronte.

In tutto c'è stata bellezza - Manuel Vilas

"In tutto c'è stata bellezza", nella mia opinione in tutto forse tranne che nel leggere questo libro.
Le aspettative erano alte, visto che è stato proclamato il caso editoriale spagnolo dopo "Patria" di Aramburu, romanzo di altissimo livello che ho elogiato tantissimo e di cui non volevo voltare l'ultima pagina per non terminarlo.
Invece l'opera di Vilas mi ha deluso. Mi ha intristito, giustamente, perché non è altro che un estenuante memoir sui suoi genitori. I capitoli sono brevi, massimo di due o tre pagine; descrivono in ordine più o meno cronologico episodi e flash della nascita, crescita e vita adulta dello scrittore, esplorando e sviscerando le relazioni con due delle persone più importanti: i suoi genitori.

"Siccome non sentirò mai più le loro voci, a volte mi rifiuto di capire lo spagnolo, come se con le loro morti la lingua spagnola fosse venuta meno e adesso fosse soltanto una lingua morta, come il latino. Non capisco lo spagnolo di nessuno, perché lo spagnolo dei miei genitori non si sente più nel mondo. E' una forma di lutto." - Pag. 101

Questa citazione può riassumente tre quarti del libro: tutti i ricordi servono a elaborare la perdita prima dell'uno e poi dell'altro genitore. Ogni azione è ripercorsa, rivissuta e, quasi sempre, ripetuta in frasi anche consecutive. Se inizialmente la lettura affascina e il dolore esce dalle pagine per avvolgere il lettore in un abbraccio cupo, già dopo venti capitoli esso diventa più una morsa: ci si sente oppressi, angosciati, non si vede l'ora di arrivare alla fine (se non si preferisce abbandonarlo a metà) perché, sostanzialmente, non succede quasi niente. Il tempo è dilatato, dalle morti ai funerali e infine alle cremazioni.

Un altro esempio dello stile adottato:
"Il presente in cui vive ogni essere umano trasforma il passato in un enigma: il presente non è un mistero, però appena si trasforma in passato l'enigma lo invaderà, perciò guardo il presente con la lente d'ingrandimento, con il microscopio, tentando di vedere come si produce la sua trasformazione." - Pag. 233

E' pur vero che alcuni pezzi commuovono:
"Un giorno non ricorderò più con esattezza quella casa in cui ci siamo voluti così bene, e quando non la ricorderò impazzirò. Credo nelle tue passioni. Le tue passioni sono le mie. E le tue passioni sono valse la pena. Mi mancano le foto, quelle sì. Le tue passioni, mamma, la tua ossessione per la vita, le hai passate a me. Ce le ho qui, nel mio cuore, macinando rabbia." - Pag. 282

Eppure, come incredibilmente accade, alla fine la vita va avanti. "Quello che non potevo immaginare è questa riconciliazione con me stesso. [...] Forse è questa l'eccellenza dell'identità: arrivare a bastarti per tutto." - Pag. 351

Lo scrittore ha sicuramente scritto per sé, per superare il lutto; ma il romanzo da pubblicare forse sarebbe stato da riadattare (e accorciare). Sono stralci che rischiano di perdersi, in quella lista quasi infinita di memorie; pochi bagliori di luce che - sì, loro sì - contengono e offrono bellezza.

L'isola dell'abbandono - Chiara Gamberale

Premessa necessaria: in passato ho letto altri due libri della Gamberale e non mi erano piaciute né le trame né i personaggi né lo stile di scrittura. Perché quindi ho deciso di avventurarmi verso l'isola di Naxos assieme all'Arianna protagonista della sua ultima opera? Semplicemente per il prompt numero 46 della RBBC Reading Challenge 2019: "Un libro di un autore che non sopporti" (specifico che non ne sopporto lo stile, non la persona in sé che non conosco).
Ho voluto darle questa nuova possibilità e ho seguito il filo del suo personaggio, questa donna persa in un labirinto di insicurezze, indecisioni, paure, scelte abbastanza discutibili, abbandonata da un Teseo che di eroico ha ben poco, affascinata subito dopo da un Dioniso (che nella storia con il dio del vino ha in comune l'iniziale) ma poi conquistata da un altro uomo che lei mitizza, fino a quando non si rende conto che è umano anch'egli e, da umano, erra e si sbriciola (leggero spoiler).
Cosa ho apprezzato? Le citazioni e i riferimenti al mito all'inizio di ogni parte, da appassionata di mitologia. Il romanzo si fa leggere, offre qualche spunto di riflessione (soprattutto all'inizio con la riunione dei GeniSoli, i genitori single) ma per il resto l'ho trovato abbastanza banale, con dialoghi e azioni prevedibili nonostante l'intreccio volutamente incasinato, da provare a sbrogliare mettendo da parte le anticipazioni che si colgono nelle righe.
Ecco, ci ho ritentato, ma temo che alla prossima opera nuovamente la pianterò "in asso".

Re: A volte ritorno - John Niven

Secondo le Scritture, Dio fece a Sua immagine e somiglianza l'uomo; in questo romanzo, troviamo invece la situazione opposta: è Dio che, con un lessico inaspettato e l'aspetto fisico da attore di Hollywood, sembra essersi ispirato alle sue creature; Gesù stesso viene descritto come un giovane di oggi, un "cazzaro inconcludente [...] conciato sempre come un barbone".

Siamo nel 2011: Dio torna da una "breve" vacanza a pescare e si rende conto che la situazione sulla Terra è degenerata: c'è bisogno di inviare di nuovo suo figlio. Ecco quindi che una giovane vergine rimane incinta nell'aprile del 1979 e la storia inizia a ripetersi.
L'obiettivo di Gesù è, nuovamente, di portare amore sulla Terra e diffondere l'unico vero comandamento del Padre (altro che i dieci inventati da Mosé). Come sottolinea una partecipante, incredibilmente l'unico modo che ha Gesù per farsi ascoltare è partecipare ad American Popstar, un reality televisivo dove lo scrittore punta i riflettori sull'estetica e il consumismo, sulle relazioni con gli altri e sull'arrivismo. Ma anche inquinamento e buco dell'ozono, le innumerevoli forme di cristianesimo, razzismo, omofobia, pedofilia, la liberalizzazione della marijuana, le critiche alla politica, le guerre, la globalizzazione, le fake news, gli antiabortisti e i creazionisti: Niven non tralascia proprio niente. Sciorina in tutte le parti del romanzo le piaghe moderne, i vizi capitali di una società che sta sempre più perdendo il proprio senso della moralità e dell'etica. Elencando tutto e di più, non dedica a nulla poco più di una battuta (o meglio, frecciata), perdendo l'opportunità di approfondire e sembrando più una lista di opinioni e luoghi comuni, come hanno criticato alcuni membri del gruppo. Altri hanno invece osservato che il suo scopo forse non era entrare in dettaglio ma porre l'attenzione, colpire i lettori con qualche tema a loro di interesse e farli riflettere: verso quale direzione sta andando la Terra? "Vale la pena di salvarla", dice Dio in un passo del romanzo: ha ragione?
Gli eventi e i personaggi che accompagnano Gesù durante l'intero svolgimento ripercorrono i fatti principali del Nuovo Testamento, portando a un finale previsto ma non del tutto scontato, anzi, c'è chi si è persino commosso.

Alcuni partecipanti del gruppo hanno trovato il romanzo esilarante e si sono fatti grosse risate; c'è chi invece ne è rimasto abbastanza infastidito e l'ha definito addirittura blasfemo (una partecipante ha detto che le figure di Gesù e Dio sono state un po' ridicolizzate). Non in pochi hanno avuto la tentazione di mollarlo dopo qualche pagina: qualcuno ha desistito, qualcuno non lo finirà mai. Ciò perché Niven, assieme all'ironia e al sarcasmo, ha condito le sue frasi con un linguaggio giudicato troppo scurrile, una volgarità del tutto gratuita: "Bonjour finesse!". Ci siamo chiesti quale scopo avesse e se avesse potuto farne a meno: forse voleva arrivare a un pubblico più giovane, forse l'ha fatto solo per punzecchiare di più.

Temevamo una discussione più accesa e meno semplice da moderare, date le tematiche scottanti, però l'incontro si è svolto abbastanza tranquillamente. Forse "A volte ritorno" è stato il romanzo che ha suscitato più reazioni e recensioni finora, battendo anche "Gli assalti alle panetterie" di Haruki Murakami.
"Fare gruppo. [...] Ecco perché qui sulla Terra era andato tutto a puttane. S'era perso il senso della comunità."
Questo il nostro GdL non l'ha perso, direi che il comandamento sia stato ascoltato: abbiamo fatto i bravi.

Idda - Michela Marzano

Forse avevo troppe aspettative su questo romanzo.
Non ho mai letto nulla della Marzano, anche se "L'amore che mi resta" è nella mia lista dei libri da leggere da un po'. Sono rimasta delusa dall'intreccio, dai personaggi che ho trovato fastidiosi (la protagonista Alessandra, per esempio) oppure poco approfonditi (il padre di lei), un po' banali o sciapi (Pierre). Il romanzo è essenzialmente composto di dialoghi (semplici), pochissime descrizioni, azioni abbastanza prevedibili, che culminano con un finale molto affrettato, con alcune scelte svolte alquanto improvvise che mi hanno lasciato un po' perplessa. La malattia di quella che dovrebbe essere l'altra protagonista, la madre di Pierre e suocera di Alessandra, non è approfondita ed è solo una scusa per riportare quest'ultima indietro nel tempo e poi a casa, per fare i conti con il passato. Un passato ingarbugliato, a cui si accenna spesso in diversi capitoli lasciando qualche indizio, che viene risolto in quattro e quattr'otto, alla bell'e meglio. L'intento era buono; lo svolgimento un po' superficiale.
Ho dato due stelle perché il romanzo comunque scorre via velocemente, nonostante il tempo presente adottato per la narrazione.

Noi siamo tempesta - Michela Murgia

Un po' indecisa sul voto, arrotondo per eccesso a quattro stelle, grazie all'eccesso di Michela Murgia, scrittrice che non si limita mai in quello che compone: romanzi toccanti ("Accabadora" su tutti), saggi scoppiettanti ("Istruzioni per diventare fascisti" è un bijou imperdibile) e, tra le innumerevoli altre cose, anche storie per ragazzi e non solo, come questa raccolta.

Si legge tutto d'un fiato in meno di due ore, dall'introduzione ai ringraziamenti, con lo zampino di Mr President Donald Trump. Sedici racconti ispirati da altrettanti episodi avvenuti realmente, dove il tema centrale potrebbe essere riassunto dal motto de "I tre moschettieri", "Tutti per uno, uno per tutti": è la partecipazione di tutti gli utenti di Internet, a far decollare Wikipedia; è l'appuntamento senza accordo sotto il Muro di Berlino, a farlo crollare; è l'empatia di ottanta bambini che si rasano la testa, a dare un sorriso alla loro compagna sotto chemioterapia e a donare venticinquemila euro alla ricerca sul cancro. Perché essere assolutamente competitivi, quando si potrebbe cooperare più efficientemente e, soprattutto, aiutarsi l'un l'altro?

I racconti si distinguono per lo stile, per i punti di vista e per i salti temporali, dalla storia antica ai giorni nostri. Risaltano le immagini e la formattazione, grazie al lavoro di The World Of Dot; spicca una graphic novel di Paolo Bacilieri. E come poteva essere costruita, questa raccolta, se non con la collaborazione di più persone? Alcuni eventi sono più che conosciuti (e.g., le Termopili), altri invece si rivelano sorprendentemente; forse avrebbero potuto essere anche storie più lunghe.

Se l'avesse ultimato e pubblicato due mesi più tardi, molto probabilmente la Murgia avrebbe tratto spunto per un altro racconto dalla storia di Greta Thunberg, l'attivista quindicenne svedese che, con le sue parole e azioni, ha trascinato un mondo intero in piazza venerdì scorso, il 15 marzo 2019, in una manifestazione di portata forse pari ai movimenti del Sessantotto. Ennesimo esempio lampante che l'unione, dal più piccolo gruppo alle più vaste piazze, fa la forza; ricordiamolo sempre.

E tutto divenne luna

** spoiler alert ** "Molto tempo fa, quando i beduini solcavano i deserti, facevano frequenti soste non solo per lasciare riposare i cammelli, ma per dare tempo alle proprie anime di raggiungerli. Perché la velocità dell'anima è un'altra. Immagina quante anime perdute e in ritardo non hanno raggiunto la carovana adesso errano nel deserto cosmico, ne posso udire i lamenti. La sera mi sdraio, guardo la Luna su cui sarò tra poche ore. Sai di che materia è fatto il Cosmo? E' fatto di solitudine. Questa è la sua materia. E la solitudine è una sostanza volatile, che tende a riempire tutto lo spazio che la circonda."

L'ultimo racconto della raccolta, che le dà anche il nome, è secondo me il più emozionante. Si percepisce proprio che sia stato scritto prima ancora di concepire la raccolta in sé, in particolare per l'antologia cosmica europea "Espace(s). Fictions européennes" (CNES, Parigi, 2008). Gospodinov lo colloca in un possibile futuro, accennando a tematiche odierne quali le condizioni ambientali, la clonazione, l'estetica, l'esplorazione spaziale,le scoperte scientifiche. E ci sono ancora, costantemente, i rapporti umani, quei legami che danno un senso a tutto. Quel tutto che, nonostante verrà prima o poi travolto dall'apocalisse, merita di essere scritto e detto.

Il tema dell'Apocalisse è presente in più storie e già nella prima, "8 minuti e 19 secondi", che fa riflettere su cosa faremmo, in questo minuscolo insufficiente intervallo di tempo, se il Sole dovesse spegnersi all'improvviso.

Soltanto questi due racconti valgono la lettura completa dell'opera; altri non sono allo stesso livello, ma la scrittura di Gospodinov è dolcemente amara, malinconica e spesso differente e creativa, cosa che non annoia mai.

Il giro di vite - Henry James

Avremmo dovuto capirlo fin dal titolo, che l'accademico racconto di Henry James si sarebbe rivelato ambiguo e subdolo; ma partiamo dall'inizio, prendiamo in mano la vite. Siamo attorno a un focolare, stiamo per assistere alla lettura di una storia di fantasmi che coinvolge non uno, bensì due bambini, in una dimora nell'Essex a fine Ottocento. Miss Giddens, autrice del diario, racconta come vi sia arrivata e come abbia legato fin da subito con i due bambini di cui deve occuparsi, Flora e Miles, nipoti dello zio proprietario. Già nelle premesse iniziali qualcosa suona strano, nei pensieri e nelle descrizioni dell'istitutrice, e una partecipante del gruppo psicologa lo coglie subito.
Cominciamo l'avvitamento: Miss Giddens ha delle visioni di ex dipendenti della villa, ormai morti, che tentano di approcciarsi ai bambini; ma quest'ultimi sono in grado di vederli? E' una delle domande cruciali della storia, assieme al mistero che aleggia sulle ragioni dell'espulsione di Miles dal collegio che frequentava.
Diamo un altro giro e aggraviamo la situazione: le frasi dell'istitutrice, chiaramente spaventata, contengono descrizioni di complotti, persecuzioni e morbosità. Qual è la verità? I fantasmi si rivelano davvero o sono solo frutto dei suoi deliri?
Miss Giddens è una persona sana di mente? Ecco i primi dubbi che si insinuano nella mente dei lettori, ecco che ognuno sviluppa la propria supposizione e ne cerca le conferme nelle pagine successive, dando un proprio giro diverso alla vite. Le interpretazioni sono molteplici, infatti: i bambini, simbolo dell'infanzia, vengono corrotti e condizionati, quando entrano in contatto con il mondo adulto; l'istitutrice, una donna rigida, seria, moralista, figlia di un pastore, come ricordato da un partecipante, potrebbe soffrire di psicosi schizofrenica o isteria; le frasi mancanti dei dialoghi sembrano evocare l'ombra della pedofilia o di atti osceni in presenza di minori. In un modo perversamente incasinato, arriviamo all'ultimo giro di vite, agli eventi che renderanno la situazione ancora più inquietante.
Non è un racconto tanto da lettura individuale: i periodi complessi della scrittura di James rendono la lettura un po' lenta e sofferta; inoltre, una volta terminata la storia, il lettore potrebbe restare insoddisfatto, perché molti quesiti rimangono senza una risposta completa, come sottolineato da molti partecipanti che avrebbero preferito svolte diverse nella trama o qualche capitolo in più. E' invece più un racconto da lettura condivisa, perché grazie ai "giri" mentali di tutti si riesce ad apprezzare la maestria di James nel tratteggiare le manifestazioni di un disturbo (forse) psicotico, nel denunciare implicitamente alcuni fatti di cui all'epoca non si poteva parlare e, soprattutto, nell'angosciarci quando guardiamo (e guarderemo) alcune finestre...

Dieci buoni motivi per andare in biblioteca - Stefano Parise

"Frequentarla è come addestrarsi ad affrontare tutte le dimensioni della vita contemporanea per diventare persone capaci di orientarsi negli spazi sempre più dilatati e mobili delle idee, delle culture, delle professioni."
La biblioteca è il mio tempio. È il luogo dove, quando entro, posso mettere in pausa tutto il resto: è la mia boccata d'aria fresca settimanale; è la fonte di nutrizione cognitiva più potente che possa immaginare. Ecco, è il superfood (termine tanto in voga oggigiorno) della mente. Ed è talmente super da adattarsi a ogni suo utente, dandogli tutta l'energia di cui necessita sottoforma di romanzi, giornali, enciclopedie, audiolibri, macchinette del caffè, aule studio, eventi e iniziativa.
È un elemento fondamentale di una dieta per aumentare la materia grigia. Non ci sono controindicazioni, forse solo un effetto collaterale: crea dipendenza.
E quando si sente l'intenzione, la gratitudine, di restituire parte di quell'energia, allora si può diventarne promoter, offrendo quel che si può essere, quel che si può fare.

Supportiamo le biblioteche, aiutiamole a crescere sempre di più.

La vita perfetta di William Sidis - Morten Brask

" "Normale? Pensa davvero che suo figlio sia un bambino normalissimo?"
"Sì, di partenza, per natura, William è un bambino assolutamente normale, come tutti gli altri."
" 'Di partenza'? Intende dire che le sue straordinarie capacità non sono innate ma modellate da un'istruzione?"
"Detto così sembra che gli abbiamo manipolato la testa. Mio marito e io abbiamo semplicemente fatto tutto ciò che era in nostro potere per stimolare la curiosità di William, la curiosità che hanno i bambini, la curiosità naturale grazie alla quale cominciano a capire la rete di connessioni e di possibilità della vita. E con i metodi sviluppati da mio marito abbiamo dato modo alle sue potenzialità di esprimersi a pieno." " - Pag. 178

William Sidis nacque il 01 agosto 1898 a New York e, forse per via degli studi del padre Boris, forse perché naturalmente dotato di un cervello straordinario, si dimostrò subito un prodigio. In qualunque ambito si applicasse, ottenne risultati: dalle geometrie non euclidee alle traduzioni simultanee in diverse lingue, dagli scritti di politica alle correlazioni tra fenomeni abbastanza lontani, come le macchie solari e le rivoluzioni sociali. Un vero e proprio genio, che aveva anche un carattere buono, trasparente, semplice: in una parola, logico. Morten Brask è riuscito a tratteggiarne la modestia, il suo non voler essere sotto i riflettori e soprattutto non voler essere trattato come un fenomeno da baraccone. Fu anche questo a portarlo a nascondersi, a sperare di non essere riconosciuto, altrimenti si sentiva costretto a cambiare lavoro, nel timore che i suoi capi o colleghi potessero approfittarsi di lui. William Sidis voleva solo essere accettato, come tutti; essere considerato allo stesso livello degli altri; forse era impossibile dal punto di vista delle sue abilità, ma dal punto di vista sociale avrebbe dovuto, avrebbe voluto, esserlo.
Questa biografia romanzata, che viaggia avanti e indietro negli anni a ogni capitolo, descrivendo la famiglia, gli amici, gli affetti principali di William Sidis, ne fornisce un ritratto commovente; è in grado di veicolare empatia tale da far cercare maggiori informazioni su Google alla fine del libro, e scoprire così un intero portale collezione di tutti gli scritti e le opere recuperate del protagonista (consiglio comunque di non farlo prima di terminare il libro per non rovinarvi la lettura).

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