Alice Raffaele

Vedi tutti i suoi post
View all

Latest reviews

Memorie di un cuoco d'astronave - Massimo Mongai

Recensione corale de I MiseraLibri - Gruppo di Lettura della Biblioteca di Chiari

E' stato ritrovato uno scritto inedito di Rudy "Basilico" Turturro; lo riportiamo qui sotto in versione integrale.
----------------------------------------------------
"Le parole devono comporre una frase come gli ingredienti un piatto; bilanciamento, originalità e soprattutto un messaggio non dovrebbero mai mancare per nutrire ciò che è alla base del funzionamento di tutto il resto: la mente, che digerisce e interiorizza l'essenza della condivisione."
(Tratto dall'opera mancata "Cibo e libri", di R. Turturro)
Una volta rientrato sulla Terra dopo l'esperienza sulla "Muummeenuh", mi sono dedicato alla scrittura di vari trattati e ovviamente a spendere un po' della fortuna che avevo accumulato e investito, tra viaggi, relax e appuntamenti galanti. Ah, vinsi anche il Premio Urania per la collezione di racconti sulle varie imprese di cui ero stato protagonista. Questo attirò l'attenzione di una popolazione di un pianeta non troppo lontano, anzi, facilmente raggiungibile in pochi giorni di viaggio.
Agli alieni del pianeta dei MiseraLibri (consoni a nutrirsi di parole, punteggiatura, periodi e capitoli) era giunta voce delle mie prodezze, ma erano curiosi di sentirle direttamente dalla mia bocca e di condividere tra loro le impressioni a riguardo. Seguivano ancora il calendario terrestre, e organizzarono per il 7 agosto una serata in mio onore. Si sa, non c'è occasione che tenga per non essere accompagnata da un buon pasto, e così mi offrii volontariamente di preparare un menu dove le portate sarebbero state ispirate alle mie cronache.
Beh, un palato fine, quello dei MiseraLibri!
Nonostante la mia premessa, che avrebbero dovuto assaggiar tutto con "spirito leggero", e un entrée a base di soia e alghe che li divertì, quella cena fu per lo più un fallimento. Il Premio Urania, un concorso letterario annuale di fantascienza assegnato ad un romanzo italiano inedito, creò in loro alte aspettative. Buona parte di loro assaggiò i vari piatti-racconti ma poi li scartò, decretandoli "opere non ben riuscite". Una partecipante di nome Sandra mi definì moraleggiante, probabilmente per il mio vizio di filosofeggiare prima di esporre i fatti accaduti. Altre due lettrici, Vilma e Giusy, mi dissero di trovare deludenti i racconti.
Provai a insaporire di più qualcosa, ma solo Lucrezia mi confessò di aver passato ore esilaranti a sentirmi sproloquiare di tantissimi argomenti, e di supportarmi nella campagna contro gli Umanisti per incentivare l'uso del sale. Per Rachele probabilmente ero stato un po' troppo auto-celebrativo, quando narravo di come avevo tolto più volte dai guai l'Astronave Extra Spaziale, però capii che trovò interessanti le mie mirabolanti avventure. Non so ancora bene invece come valutare le parole di William, che etichettò il mio memoir come un "libro da bagno", nel senso di qualcosa che si sfoglia una volta ogni tanto (mica nell'altro significato a cui avete pensato, eh!). Ad Alice piacque scervellarsi sul pronunciare i miei neologismi scritti in romanesco-inglese, ma in generale non la convinsi troppo.
I MiseraLibri sono una specie onnivora; di natura non sono per niente razzisti e sono disponibili a discutere di qualsiasi cosa, a gustare piatti-libri di origine e composizione diversa. Credo ne abbiano provati tanti, nella loro seppur breve esistenza, e quindi cercavano qualcosa che li spiazzasse e li sorprendesse, non qualunquismo e banalità. Apprezzarono il mio cibo come lingua universale, ma mi criticarono di non aver inserito un capitolo sul binomio a loro più vicino, ossia quello tra cibo e libri. In quella parte di Universo purtroppo le specie che leggono almeno un libro all'anno sono meno della metà, e nel mio viaggio non ne conobbi.
Spero comunque di aver rimediato con questo mio pezzo inedito e onesto a loro dedicato. E - chi lo sa? - magari un giorno mi daranno un'altra chance. In fondo, in cucina si impara dai propri errori.
----------------------------------------------------

Due - Luca Ralli & Fabio Magnasciutti

Un romanzo gotico in forma di graphic novel, su paure, ansie, ossessioni che possono portare a non ragionare più lucidamente. I disegni sono belli e inquietanti, ma la trama mi è sembrata molto ridotta e soprattutto non molto auto-esplicativa. Si può dar più significato a quanto succede leggendo lo scritto nei risvolti del libro, ma in generale mi è parsa incompleta.

La vita alla finestra - Andres Neuman

Romanzo scritto in forma epistolare, attraverso tutte e-mail firmate da Net, il protagonista, e indirizzate a Marina, una ragazza probabilmente immaginaria.

A distanza di due settimane dal termine, mi trovo un po' in difficoltà a scriverne la recensione, perché la lettura mi ha lasciato sostanzialmente indifferente, salvo alcune frasi che colpiscono, come per esempio la seguente: "Quante cose stanno dentro un cuore? Tendiamo a credere che la sua capacità di immagazzinamento sia infinita. Ma, dopo aver dedicato la mia vita alla cardiologia e alla chirurgia toracica, mi sento di affermare che è poco, e molto selezionato, quello che sta nel cuore di un uomo."

Permane una sensazione di nostalgia verso i primi messaggi di posta elettronica, le prime chat di messaggistica, e quel mondo che solo una quindicina di anni fa era ancora per lo più asincrono e fatto di attese.

I gruppi di lettura - Luigi Gavazzi

Chi conduce, organizza o coordina un gruppo di lettura in Italia non può non conoscere Luigi Gavazzi e il suo sito internet (https://gruppodilettura.com), ricco di articoli riguardanti i GdL. Il più celebre e letto credo sia "Gruppi di lettura: come crearne e uno e farlo vivere felice" (https://gruppodilettura.com/2011/06/29/gruppi-di-lettura-come-crearne-e-uno-e-farlo-vivere-felice/), che risale a ben nove anni fa ed è comunque sempre attuale, un ottimo punto di partenza per chi abbia in mente il progetto di avviare un gruppo. Da dicembre 2019 ora c'è anche questo libro a disposizione che, a partire dai post più significativi, approfondisce tutti gli aspetti legati alla nascita, alla vita e all'espressione di un gruppo di lettura.

"Un gruppo di lettura non è un seminario, una lezione, un simposio." (pag. 38)
Non si fa critica letteraria, non ci si sostituisce ai critici di professione.
Chi partecipa a un gruppo di lettura lo sa: la nostra forza motrice è il voler condividere, attraverso una discussione articolata, quanto ci abbia colpito un libro, senza scadere nella generalità o nella banalità.

"Partecipare a un gruppo di lettura è una scelta forte che si colloca all'incrocio fra l'amore estetico per la scrittura d'autore, il bisogno di conoscenza, l'emozione della lettura personale, l'urgenza del dire e condividere questa scoperta." (pag. 40)

Lettura appartata, lettura condivisa, lettura importante, co-lettura: quante tipologie ci sono!
E concordo fortemente con Luigi Gavazzi quando scrive:
"Il lettore che parla della propria lettura lavora alla estensione della propria soggettività, rinnovata, che si fa più ricca, che allarga la prospettiva e forza i limiti della contingenza quotidiana abituale; la lettura, la sua appropriazione e la sua socializzazione e condivisione è parte del processo di questo superamento dei confini imposti agli individui, delle identità attribuite, imposte. Parlare dei libri che allargano le nostre vite significa anche contribuire alla creazione di sé stessi, della propria personalità, di arricchirla, farla più complessa e inclusiva." (pag. 81-82)

La lettura è spesso vista come un'azione solitaria, ma c'è solitudine e solitudine: questa infatti è "feconda, coltivata, ricercata, difesa" (pag. 84). Il testo si riferisce a questi momenti come a quelli di "back stage", raffrontandoli con quelli di "front stage", quando invece partecipiamo agli incontri in pubblico, insieme agli altri, esponendoci e presentando noi stessi. Per descrivere le attività e le interazioni di un gruppo di lettura è poi presentato anche un altro modello, oltre a questo del teatro, chiamato "community of practice", centrata su un'esperienza. "Ciò che unisce non è il libro, né cosa si legge ma il leggere in quanto tale." (cit. Luca Ferrieri - pag. 115).

Ciò che dovrebbe fare un gruppo di lettura - e ciò che spero sempre di riuscire a realizzare in quello che gestisco io - è di favorire l'espressione degli altri lettori. La responsabilità di chi organizza il gruppo è quello di facilitatore e conduttore (dal latino "conduco", i.e., "cum" + "duco", ossia "condurre CON", ASSIEME). Non vi sono altre differenze rispetto agli altri partecipanti, il valore dell'opinione non è maggiore solo per il ruolo.
Non sempre è semplice coordinare il gruppo, perché i partecipanti sono eterogenei nelle loro personalità, conoscenze e obiettivi. Vi sono vari modelli di lettori, come descrive Gavazzi, di cui tener conto nello svolgimento delle discussioni. Queste poi non devono risultare troppo guidate o fisse nella forma, bisogna trovare un equilibrio tra il lasciar andare tutti a ruota libera e il porre domande precise e puntuali, rispettando partecipanti e conduttori.

Il saggio è quindi imperdibile non solo per chi coordina, ma anche per chi partecipa o ha intenzione di farlo un giorno in un futuro prossimo.

La scienza nascosta dei cosmetici - Beatrice Mautino

Per "cosmetico" si intende qualsiasi prodotto atto a curare, accrescere o preservare la bellezza del nostro corpo. Non fate quindi l'errore di fermarvi a pensare ai trucchi quali matite, ombretti, mascara, etc.. In questo saggio si parla di henné, siliconi, solari, talco, rossetti, collutori e anche di sole e vitamina D.
L'aspetto più qualificante dello stile di Beatrice Mautino è il non voler convincere i lettori a prendere la sua posizione, bensì fornisce loro alcune informazioni affinché possano farsi un'opinione da soli. Inoltre li invita a non pensare in modo "binario": non è detto che, se una cosa non è bianca, allora sia per forza nera.

"Siamo abituati a dividere il mondo in buoni e cattivi, quindi capisco che nel momento in cui io vi racconto che un ingrediente che viene accusato di essere il male non lo è, chi mi legge possa pensare che per me, allora, quello è il bene. Ma non è così. Il contrario di "fa male" non è "fa bene", ma "non fa male."

In alcuni tratti avrei apprezzato sicuramente più approfondimento dal punto di vista scientifico e meno dettagli invece sulle vicissitudini sociali, politiche ed economiche legate all'oggetto discusso; tuttavia forse, se avesse impostato il lavoro così, non avrebbe raggiunto lo stesso pubblico in termini di ampiezza e varietà.

Tutto quello che siamo - Federica Bosco

L'intenzione, a un capitolo dalla fine, era di dare due stelle e non una, perché è comunque un libro scorrevole e perché, in fondo, non è un romanzo per adulti ma per giovani adulti; purtroppo nelle ultime pagine si finisce completamente nell'assurdo e nella superficialità per ottenere il tanto agognato happy ending per tutti i personaggi (tranne la matrigna cattiva, ovviamente).

Ho deciso di leggere questo romanzo perché nella RBBC Challenge 2020 (https://opac.provincia.brescia.it/news-2017/rbbc-challenge-2020/) è presente il prompt "Un libro per Giovani Adulti" e stamattina non avevo con me un libro cartaceo, così sono ricorsa alla MediaLibraryOnline e agli ebook. Quando ho scelto questo titolo ero quindi perfettamente a conoscenza che fosse rivolto a un pubblico di adolescenti, che possono in teoria identificarsi con la protagonista diciannovenne di nome Marina.

A livello di trama, c'è di tutto e di più: la madre di Marina è morta di tumore qualche anno prima, lasciando lei e il fratellino Filippo con un padre burbero, indisponente, vendicativo, manesco e violento sia fisicamente sia psicologicamente. Egli trova presto un'altra compagna, che incarna il personaggio antagonista principale della protagonista con trame e intrighi annessi.
Marina ha un talento enorme per l'arte e il disegno, ma non può svilupparlo perché non sarebbe un mestiere serio, secondo il padre, e perciò lei fa altri due lavori part-time mentre cresce il fratellino. Conosce Christo, il classico bello e impossibile a cui non interessa avere storie serie, e perde la testa; poi incontra Nic, che invece la fa innamorare, ma è super-fidanzato.
Cos'altro succede? In ordine casuale: vari incidenti; gravidanze extra-coniugali; un aborto; feste a più non posso; storie di una notte e gelosie; fermi da parte dei carabinieri; accenni di autolesionismo; un coming out; un matrimonio non celebrato in nome del vero amore; la sorellastra minore perfida quanto la matrigna; punizioni e botte, anche in pubblico.
Lo stile è molto incentrato sui dialoghi, le descrizioni sono minime e c'è parecchia superficialità nell'affrontare temi delicati soprattutto come la violenza domestica: non è sufficiente un abbraccio e un pianto a cancellare anni di soprusi. Questo è il dettaglio che mi ha portato ad assegnare una sola stella a questo libro, senza ulteriori tentennamenti.

Eppure l'ho fatto un po' a malincuore perché, andando oltre a cliché e stereotipi, il messaggio di fondo è un classico dei romanzi per adolescenti: il "sentirsi sbagliati" a quell'età è assolutamente normale, perché si sta cercando il proprio posto nel mondo; gli altri non sembrano in grado di capirci, perché troppo concentrati su loro stessi o perché non vivono le nostre stesse vicissitudini. Ciò genera ansie, dubbi, preoccupazioni, paranoie.
C'era davvero bisogno di mischiare tutti gli ingredienti citati sopra e spararli uno dopo l'altro, ottenendo una sorta di soap-opera per teenager, per parlare di questo tema? E' un peccato.
Forse sono di questo parere perché ormai sono più vicina ai trenta, ma una parte di me sa che avrei stroncato questa storia anche parecchi anni fa.

Tutto chiede salvezza - Daniele Mencarelli

"Alla mia famiglia, perché serviranno mille libri per pareggiare il conto [...]
A tutti quelli che hanno saputo perdonarmi.
A tutti quelli che non ho saputo perdonare."

Si concludono così, i ringraziamenti e la dedica di Daniele Mencarelli, in questo suo ultimo romanzo che si origina proprio dalla sua settimana di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) in un ospedale psichiatrico nel 1994, ormai ventisei anni fa. Credo ci voglia un coraggio pazzesco a spogliarsi in questo modo, descrivendo in dettaglio quella che sembrerebbe solo una settimana e invece è interamente lui, non come autore, ma come protagonista di depressioni, euforie, scatti d'ira, azioni insensate.

“Guardati attorno, qui dentro siamo tutti vittime e carnefici di noi stessi.”

In quei pochi giorni, lui e i suoi compagni di quella settimana diventano sei “fratelli”, “uomini nudi abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono”.

“Forse questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro, malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d’incontrare.”

Mencarelli racconta di come per alcuni dottori si sia sentito solo “un caso clinico d’interesse, meno che mai un ragazzo degno di entrare nella sua memoria con nome e cognome, un viso. Per lui sono un modesto meccanismo da rimettere in sesto, un meccanismo di fabbrica, di quelli commerciali, sfornati un poco storti dalla catena di produzione.”

Lo salvano però le relazioni, una forte empatia e una grande sensibilità, che gli consentono di trasformare la sofferenza in versi toccanti e catartici, attraverso la poesia e attraverso un dialetto romanesco che non è mai di disturbo o di difficile comprensione.

Sono sempre le persone a fare la differenza. A volte siamo così concentrati su noi stessi e i nostri "ombelichi" dal sottovalutare le fragilità degli altri e a non renderci conto di quanto anche una sola parola, una leggera inflessione diversa della voce, possano provocare reazioni enormi negli altri.
Cosa possiamo fare? Coltivare anche noi empatia e sensibilità, non farci fermare dai pregiudizi o dall’arroganza di pensare di aver compreso tutta la situazione. E leggere storie come questa, più che meritevole di essere arrivata tra i finalisti del Premio Strega e di aver vinto il Premio Strega Giovani.

L'avvelenatrice - di Alexandre Dumas

Eravamo pochi ma buoni, alla discussione durante l'incontro del nostro Gruppo di Lettura dedicato a questo racconto, uno dei diciotto “Delitti celebri” di Alexandre Dumas (padre) aventi più successo nel tempo.

“L’avvelenatrice” è la storia di Marie Madeleine d’Aubray, ovvero la Marchesa di Brinvilliers, vissuta nel XVII secolo, narrata secondo i principi del naturalismo letterario: Dumas riporta fedelmente gli avvenimenti, le date, i fatti e gli atti del processo in maniera cronachistica. Sembra più un lungo articolo di giornale, e dall’autore de “Il Conte di Montecristo” ci saremmo aspettati ben altro. È stato per questo un po’ deludente e freddo. Alcune conversazioni non sono parse naturali, ma solo un po’ noiose, e l’opera non ha fatto impazzire. In ogni caso, è una storia che si fa leggere, nonostante il linguaggio usato non abbia certamente contribuito a rendere ciò scorrevole: la traduzione disponibile su LiberLiber è del 1905 e il romanzo appare antiquato.

Comunque, a quanto pare ogni volta che un personaggio di Dumas va in prigione fa degli incontri assai peculiari e che gli cambiano la vita. Il Cavaliere Gaudin di Santa Croce conosce Esili, ne diventa discepolo e impara tutti i segreti dell’arte dei veleni, condividendoli con la Marchesa. Purtroppo a noi rimangono sconosciuti perché, a parte l’elenco dei poveri sventurati avvelenati, la maggior parte del romanzo si concentra sul periodo di reclusione della Marchesa alla Conciergerie, quando viene processata, torturata, giudicata colpevole e infine decapitata. La religione ha un doppio ruolo in questa storia: da un lato, la protagonista viene incriminata e condannata in nome di Dio; dall’altro, molto spazio è dato alla sua ipotetica redenzione. Ipotetica, già, perché secondo noi Marie Madeleine d’Aubray non si è mai pentita di quello che ha fatto. Falsa e un po’ pazza, ha ingannato tutti fino alla fine, ammaliando persino il Dottore e i vicari che la visitavano. Eppure, il popolo la definiva “una santa”, completamente affascinato. Il suo personaggio ha ispirato un’opera nel 1831, una commedia musicale nel 2009 e persino un personaggio di un musical di Sailor Moon. Come mai? Ci sono personaggi controversi studiati sapientemente anche negli anni recenti, narrati in biografie o romanzi storici. Pensando alla letteratura degli ultimi anni, basti pensare a “L’avversario” di Emmanuel Carrère o “M” di Antonio Scurati. Oppure a uno dei racconti di Maria Attanasio nel suo libro “Lo splendore del niente”, appena edito da Sellerio: la protagonista è Giulia Tofana, una cortigiana di Palermo che nel 1640 inventò un veleno incolore, inodore e insapore, denominato in suo onore “acqua tofana”, che consentì a parecchie donne di vendicarsi dei propri mariti, per esempio. Si dice che le vittime nel centro e sud Italia siano state addirittura seicento e che la sua vicenda abbia ispirato proprio la Marchesa di Brinvilliers.

Perché ci affascinano i personaggi cattivi? Qualcuno suggerisce che leggere un romanzo inventato sia come guardare le cattiverie umane attraverso uno specchio, che ci separa da esse ma ci consente di analizzarle.
Cattiverie che, per quanto riguarda le torture descritte nel testo di Dumas, siamo “contenti” di poter soltanto leggere e non viver più, grazie al fatto che i tempi, le leggi e forse pure le coscienze sono cambiate, anche se purtroppo non in tutto il mondo.

Le gratitudini - Delphine de Vigan

Grazie.
E' una di quelle parole che non fa mai male dire una volta in più. Grazie.
Esprime uno di quei sentimenti che, con gli anni, ci pentiamo di non avere comunicato maggiormente con chi l'avrebbe meritato, con chi magari non avrebbe avuto bisogno di sentirselo dire o non avrebbe neanche voluto, perché le sue azioni erano state completamente disinteressate. Grazie. Eppure noi destinatari di quei gesti non sappiamo come sdebitarci e il minimo che sentiamo di fare è almeno dire qualcosa, ancora, ancora e ancora. Grazie.
Quando invece diamo per scontato alcuni atteggiamenti e cose, è come se la "r" si incrinasse, la "z" si spezzasse, e dovremmo tornare a dare a questa parola di sei lettere il peso che merita, prima di, magari un giorno, smarrire come si pronuncia.

L'ultimo romanzo di Delphine de Vigan prova a insegnarci il difficile compito di "imparare a perdere".
"Riadattarsi. Riorganizzarsi. Fare senza. Passare oltre. Non avere più niente da perdere. Comincia da piccole cose. E poi accelera."
La protagonista, Michka, correttrice di bozze in pensione, è colpita nel lessico: giorno dopo giorno, inizia a dimenticare alcune sillabe, a usare termini simili al posto di altri. "Fa pena", dice, al posto di "Va bene". Determinata, cerca di non mollare e continua comunque a parlare, eloquente, facendosi capire pur con sostantivi e verbi sbagliati.

"E' di notte che... s'imboscano... si perdono, quando non riesco ad addormentarmi so che in quel momento si sfrugano, che s'infugano, ne sono sicura, ma non c'è niente da fare, a vagoni, a gran velocità, non c'è niente da fare, te lo dico io, anche l'ornito... l'orto..."

Aiutata da Marie, una giovane donna che ha praticamente cresciuto, e Jerome, l'ortofonista della struttura dove viene ricoverata, continua a combattere: "Parola per parola. Palmo a palmo. Non cedere niente. Né una sillaba né una consonante. Senza il linguaggio, cosa resta?"
A Michka resta la gratitudine, enorme, verso una coppia che la nascose durante la II Guerra Mondiale, facendola passare per la loro nipotina. Ha provato invano a rintracciarli, nel tempo presente, senza mai riuscirci. Finché Marie non l'aiuta con un annuncio sul giornale e Jerome non si reca di persona nel paesino originario della coppia. E' così che Michka può finalmente svuotare e allo stesso tempo riempire il suo cuore e la sua vita riconoscenti, scrivendo una lettera: usando le parole che non riesce più a sillabare, aspettandole "rare, ormai. Lontane, sepolte, mescolate". Ma è decisa nel fare da sola: vuole rappresentare in forma scritta la sua emozione, perché la gratitudine è personale e individuale, e come tale dovrebbe essere trasmessa, in una continua generazione di emozioni.
Grazie, Delphine de Vigan, per questa storia semplice eppure complessa che, pur con l'amarezza della senilità e della perdita, analizza e scava dentro uno dei più limpidi sentimenti dell'animo umano. Grazie.

Maneggiare con cura - Gabriella Kuruvilla

Non mi ha convinto, eppure l'idea di fondo mi era parsa promettente: quattro personaggi che si alternano nella narrazione in prima persona, che tra loro si conoscono poco o per nulla, accomunati però dall'aver vissuto momenti significativi con la madre di una di questi, un'artista indiana morta suicida. Dieci anni dopo il suo funerale le loro strade si incrociano di nuovo e li portano a rivivere giorni e tempi lontani; il destino li conduce a contaminarsi tra loro, a indossare e svelare maschere a seconda della persona con cui si relazionano. Lo stile di scrittura è diretto e scorrevole.
Sembra che tra gli intenti ci fosse quello di sdoganare la figura della donna indiana immigrata in Italia, ma alcune scelte narrative mi sono sembrate un po' squallide. A livello di trama manca qualcosa: per costruzione, il collante sembra esserci, ma non regge molto.

Forget Kathmandu - Manjushree Thapa

Unico titolo di uno scrittore (in questo caso scrittrice) nepalese, e quindi unico candidato per il prompt #21 della RBBC Challenge 2020.
La trama mi ha ingannato: avrei dovuto guardare meglio anche il genere del libro, classificato in "Storia del Nepal".
Mi aspettavo infatti un romanzo storico e invece è risultato essere per due terzi un libro di storia politica sul Nepal, che prende sì spunto dal fatto di cronaca nera avente protagonista il principe Dipendra e la famiglia reale, ma poi ne approfitta per raccontare secoli e secoli di politica, fino alla situazione corrente.
E' per questo risultato parecchio noioso, zeppo di nomi, date, successioni, governi, etc., di cui non sono proprio appassionata.
Nell'ultima parte invece diventa più interessante: la scrittrice narra dei suoi viaggi nei piccoli centri e villaggi del Nepal, descrivendo le varie situazioni. Questo rispecchia più anche la quarta di copertina, miscelando bene narrativa, storia e antropologia.

Sviluppare l'intelligenza numerica 3 - Daniela Lucangeli, Chiara de Candia e Silvana Poli

Il volume contiene una serie di schede di esercizi rivolto a bambini dagli 8 anni in su, ma secondo me andrebbe bene anche per chi ne ha 7 e ha qualche difficoltà.
Offre all'inizio una brevissima introduzione ed è accompagnato da un CD-ROM, dove la parte più interessante per me è formata dai giochi, come per esempio il quadrato magico, che richiedono di usare le competenze acquisite divertendo il bambino (e facendogli quasi dimenticare di stare facendo matematica).
Avrei apprezzato una parte di potenziamento dedicata anche a chi non ha difficoltà ma è pronto a qualcosa di più sfidante.

Illuminazioni - Arthur Rimbaud

Iluminazioni, momenti rubati al trascorrere inevitabile del tempo e resi perenni grazie alla prosa di Rimbaud, che li descrive a parole ma li fa rendere per immagini nella mente.
Capita così di trovarsi ad "abbracciare l'alba d'estate", a "disperdere i limiti del focolare con un soffio", ma anche a "precipitare verso le ferite, nell'aria che sfinisce e nel mare". Le illuminazioni sono un viaggio quasi mistico nell'anima del poeta, di un "musicista che ha trovato la chiave dell'amore" e la racconta. Rimbaud infatti reinterpreta la vita e le da un suo senso tramite la poesia, ecco la sua chiave. E la condivide con noi, rendendoci tutti suonatori.

Come ordinare una biblioteca - Roberto Calasso

Ho comprato il libro con tanto entusiasmo, che è cresciuto mentre lo iniziavo e lo leggevo, almeno fino a pagina 61, ovvero quando è terminata la prima delle quattro parti (in realtà apparsa in un'edizione fuori commercio nel dicembre 2018), coerente con il titolo.
Infatti la seconda e la terza parte, rispettivamente intitolate "Gli anni delle riviste" (l'unico inedito) e "Nascita della recensione" (pubblicato sul Corriere della Sera, il 19 luglio 2016), non sono inerenti a quanto ci si aspetta. Vero, nella quarta di copertina si accenna anche a questi contenuti, ma si ha l'impressione verranno legati all'argomento, seguenti alla prima parte. E invece il lettore si perde, tra le riviste francesi negli anni Venti, e si domanda: "Ma non stavo scoprendo criteri di ordinamento?". Il tema riappare nell'ultima parte, applicato alle librerie (anche questo parzialmente pubblicato sul Corriere della Sera, il 21 gennaio 2019).
Sullo stile di scrittura di Calasso, non c'è nulla da dire: è sempre ineccepibile, e forse anche questo rende più amara la lettura.
Sarebbe bastato aggiungere un sottotitolo sulla copertina, chiamando l'opera "Come ordinare una biblioteca, e altri scritti", per renderla più conforme a quanto riportato all'interno.

View all

Last forum posts

No Forum posts yet

My shelves

My saved searches

There are no published saved searches