Alice Raffaele

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Noi siamo tempesta - Michela Murgia

Un po' indecisa sul voto, arrotondo per eccesso a quattro stelle, grazie all'eccesso di Michela Murgia, scrittrice che non si limita mai in quello che compone: romanzi toccanti ("Accabadora" su tutti), saggi scoppiettanti ("Istruzioni per diventare fascisti" è un bijou imperdibile) e, tra le innumerevoli altre cose, anche storie per ragazzi e non solo, come questa raccolta.

Si legge tutto d'un fiato in meno di due ore, dall'introduzione ai ringraziamenti, con lo zampino di Mr President Donald Trump. Sedici racconti ispirati da altrettanti episodi avvenuti realmente, dove il tema centrale potrebbe essere riassunto dal motto de "I tre moschettieri", "Tutti per uno, uno per tutti": è la partecipazione di tutti gli utenti di Internet, a far decollare Wikipedia; è l'appuntamento senza accordo sotto il Muro di Berlino, a farlo crollare; è l'empatia di ottanta bambini che si rasano la testa, a dare un sorriso alla loro compagna sotto chemioterapia e a donare venticinquemila euro alla ricerca sul cancro. Perché essere assolutamente competitivi, quando si potrebbe cooperare più efficientemente e, soprattutto, aiutarsi l'un l'altro?

I racconti si distinguono per lo stile, per i punti di vista e per i salti temporali, dalla storia antica ai giorni nostri. Risaltano le immagini e la formattazione, grazie al lavoro di The World Of Dot; spicca una graphic novel di Paolo Bacilieri. E come poteva essere costruita, questa raccolta, se non con la collaborazione di più persone? Alcuni eventi sono più che conosciuti (e.g., le Termopili), altri invece si rivelano sorprendentemente; forse avrebbero potuto essere anche storie più lunghe.

Se l'avesse ultimato e pubblicato due mesi più tardi, molto probabilmente la Murgia avrebbe tratto spunto per un altro racconto dalla storia di Greta Thunberg, l'attivista quindicenne svedese che, con le sue parole e azioni, ha trascinato un mondo intero in piazza venerdì scorso, il 15 marzo 2019, in una manifestazione di portata forse pari ai movimenti del Sessantotto. Ennesimo esempio lampante che l'unione, dal più piccolo gruppo alle più vaste piazze, fa la forza; ricordiamolo sempre.

E tutto divenne luna

** spoiler alert ** "Molto tempo fa, quando i beduini solcavano i deserti, facevano frequenti soste non solo per lasciare riposare i cammelli, ma per dare tempo alle proprie anime di raggiungerli. Perché la velocità dell'anima è un'altra. Immagina quante anime perdute e in ritardo non hanno raggiunto la carovana adesso errano nel deserto cosmico, ne posso udire i lamenti. La sera mi sdraio, guardo la Luna su cui sarò tra poche ore. Sai di che materia è fatto il Cosmo? E' fatto di solitudine. Questa è la sua materia. E la solitudine è una sostanza volatile, che tende a riempire tutto lo spazio che la circonda."

L'ultimo racconto della raccolta, che le dà anche il nome, è secondo me il più emozionante. Si percepisce proprio che sia stato scritto prima ancora di concepire la raccolta in sé, in particolare per l'antologia cosmica europea "Espace(s). Fictions européennes" (CNES, Parigi, 2008). Gospodinov lo colloca in un possibile futuro, accennando a tematiche odierne quali le condizioni ambientali, la clonazione, l'estetica, l'esplorazione spaziale,le scoperte scientifiche. E ci sono ancora, costantemente, i rapporti umani, quei legami che danno un senso a tutto. Quel tutto che, nonostante verrà prima o poi travolto dall'apocalisse, merita di essere scritto e detto.

Il tema dell'Apocalisse è presente in più storie e già nella prima, "8 minuti e 19 secondi", che fa riflettere su cosa faremmo, in questo minuscolo insufficiente intervallo di tempo, se il Sole dovesse spegnersi all'improvviso.

Soltanto questi due racconti valgono la lettura completa dell'opera; altri non sono allo stesso livello, ma la scrittura di Gospodinov è dolcemente amara, malinconica e spesso differente e creativa, cosa che non annoia mai.

Il giro di vite - Henry James

Avremmo dovuto capirlo fin dal titolo, che l'accademico racconto di Henry James si sarebbe rivelato ambiguo e subdolo; ma partiamo dall'inizio, prendiamo in mano la vite. Siamo attorno a un focolare, stiamo per assistere alla lettura di una storia di fantasmi che coinvolge non uno, bensì due bambini, in una dimora nell'Essex a fine Ottocento. Miss Giddens, autrice del diario, racconta come vi sia arrivata e come abbia legato fin da subito con i due bambini di cui deve occuparsi, Flora e Miles, nipoti dello zio proprietario. Già nelle premesse iniziali qualcosa suona strano, nei pensieri e nelle descrizioni dell'istitutrice, e una partecipante del gruppo psicologa lo coglie subito.
Cominciamo l'avvitamento: Miss Giddens ha delle visioni di ex dipendenti della villa, ormai morti, che tentano di approcciarsi ai bambini; ma quest'ultimi sono in grado di vederli? E' una delle domande cruciali della storia, assieme al mistero che aleggia sulle ragioni dell'espulsione di Miles dal collegio che frequentava.
Diamo un altro giro e aggraviamo la situazione: le frasi dell'istitutrice, chiaramente spaventata, contengono descrizioni di complotti, persecuzioni e morbosità. Qual è la verità? I fantasmi si rivelano davvero o sono solo frutto dei suoi deliri?
Miss Giddens è una persona sana di mente? Ecco i primi dubbi che si insinuano nella mente dei lettori, ecco che ognuno sviluppa la propria supposizione e ne cerca le conferme nelle pagine successive, dando un proprio giro diverso alla vite. Le interpretazioni sono molteplici, infatti: i bambini, simbolo dell'infanzia, vengono corrotti e condizionati, quando entrano in contatto con il mondo adulto; l'istitutrice, una donna rigida, seria, moralista, figlia di un pastore, come ricordato da un partecipante, potrebbe soffrire di psicosi schizofrenica o isteria; le frasi mancanti dei dialoghi sembrano evocare l'ombra della pedofilia o di atti osceni in presenza di minori. In un modo perversamente incasinato, arriviamo all'ultimo giro di vite, agli eventi che renderanno la situazione ancora più inquietante.
Non è un racconto tanto da lettura individuale: i periodi complessi della scrittura di James rendono la lettura un po' lenta e sofferta; inoltre, una volta terminata la storia, il lettore potrebbe restare insoddisfatto, perché molti quesiti rimangono senza una risposta completa, come sottolineato da molti partecipanti che avrebbero preferito svolte diverse nella trama o qualche capitolo in più. E' invece più un racconto da lettura condivisa, perché grazie ai "giri" mentali di tutti si riesce ad apprezzare la maestria di James nel tratteggiare le manifestazioni di un disturbo (forse) psicotico, nel denunciare implicitamente alcuni fatti di cui all'epoca non si poteva parlare e, soprattutto, nell'angosciarci quando guardiamo (e guarderemo) alcune finestre...

Dieci buoni motivi per andare in biblioteca - Stefano Parise

"Frequentarla è come addestrarsi ad affrontare tutte le dimensioni della vita contemporanea per diventare persone capaci di orientarsi negli spazi sempre più dilatati e mobili delle idee, delle culture, delle professioni."
La biblioteca è il mio tempio. È il luogo dove, quando entro, posso mettere in pausa tutto il resto: è la mia boccata d'aria fresca settimanale; è la fonte di nutrizione cognitiva più potente che possa immaginare. Ecco, è il superfood (termine tanto in voga oggigiorno) della mente. Ed è talmente super da adattarsi a ogni suo utente, dandogli tutta l'energia di cui necessita sottoforma di romanzi, giornali, enciclopedie, audiolibri, macchinette del caffè, aule studio, eventi e iniziativa.
È un elemento fondamentale di una dieta per aumentare la materia grigia. Non ci sono controindicazioni, forse solo un effetto collaterale: crea dipendenza.
E quando si sente l'intenzione, la gratitudine, di restituire parte di quell'energia, allora si può diventarne promoter, offrendo quel che si può essere, quel che si può fare.

Supportiamo le biblioteche, aiutiamole a crescere sempre di più.

La vita perfetta di William Sidis - Morten Brask

" "Normale? Pensa davvero che suo figlio sia un bambino normalissimo?"
"Sì, di partenza, per natura, William è un bambino assolutamente normale, come tutti gli altri."
" 'Di partenza'? Intende dire che le sue straordinarie capacità non sono innate ma modellate da un'istruzione?"
"Detto così sembra che gli abbiamo manipolato la testa. Mio marito e io abbiamo semplicemente fatto tutto ciò che era in nostro potere per stimolare la curiosità di William, la curiosità che hanno i bambini, la curiosità naturale grazie alla quale cominciano a capire la rete di connessioni e di possibilità della vita. E con i metodi sviluppati da mio marito abbiamo dato modo alle sue potenzialità di esprimersi a pieno." " - Pag. 178

William Sidis nacque il 01 agosto 1898 a New York e, forse per via degli studi del padre Boris, forse perché naturalmente dotato di un cervello straordinario, si dimostrò subito un prodigio. In qualunque ambito si applicasse, ottenne risultati: dalle geometrie non euclidee alle traduzioni simultanee in diverse lingue, dagli scritti di politica alle correlazioni tra fenomeni abbastanza lontani, come le macchie solari e le rivoluzioni sociali. Un vero e proprio genio, che aveva anche un carattere buono, trasparente, semplice: in una parola, logico. Morten Brask è riuscito a tratteggiarne la modestia, il suo non voler essere sotto i riflettori e soprattutto non voler essere trattato come un fenomeno da baraccone. Fu anche questo a portarlo a nascondersi, a sperare di non essere riconosciuto, altrimenti si sentiva costretto a cambiare lavoro, nel timore che i suoi capi o colleghi potessero approfittarsi di lui. William Sidis voleva solo essere accettato, come tutti; essere considerato allo stesso livello degli altri; forse era impossibile dal punto di vista delle sue abilità, ma dal punto di vista sociale avrebbe dovuto, avrebbe voluto, esserlo.
Questa biografia romanzata, che viaggia avanti e indietro negli anni a ogni capitolo, descrivendo la famiglia, gli amici, gli affetti principali di William Sidis, ne fornisce un ritratto commovente; è in grado di veicolare empatia tale da far cercare maggiori informazioni su Google alla fine del libro, e scoprire così un intero portale collezione di tutti gli scritti e le opere recuperate del protagonista (consiglio comunque di non farlo prima di terminare il libro per non rovinarvi la lettura).

Adorata nemica mia - Marcela Serrano

"Con tante ricorrenze tristi nel nostro paese non si può non festeggiare quelle belle. Con tanti giorni, mesi e anni che si sono accumulati dentro di noi in quegli orrendi periodi che ci hanno ferito l'anima. Lo so, è acqua passata, mi criticherete dicendo che continuo a insistere, il problema è che anche se le ferite si stanno rimarginando, che ci faccio con le cicatrici? Le guardo di giorno, le strofino di notte, non mi danno pace." - "A me toccò la bandiera", pag. 67

Ferite, ecco come sono le donne protagoniste dei venti racconti di questa antologia. Ferite nell'animo, nel carattere, nelle convinzioni, nel futuro, nelle passioni, nel corpo, nell'orgoglio, nei sogni. E ognuna ha il proprio modo di reagire: c'è quella che cuce, quella che raccatta il minimo indispensabile e scappa, quella che si vendica, quella che si lascia andare, quella che lascia decidere il cuore, quella che si sfoga con il cibo, quella che si affeziona a pelliccia di mink, quella che invisibilmente si vendica.

Anche gli uomini delle storie offrono un panorama molto ampio, ma sui difetti e vizi dell'umanità: sono loro, infatti, che hanno provocato lesioni, tormenti, danni alle protagoniste; non se ne salva uno. Non fanno proprio una gran figura e ciò mi è parso un po' esagerato perché, per fortuna, al mondo non sono tutti così.

Lo stile della Serrano è un po' oscillante: secondo il mio personale parere, è più portata per i racconti lunghi (suggerisco "02 luglio", "L'uomo della valle", "Senza Dio né legge" e "Il furto"), forse perché ha più spazio per caratterizzare i personaggi o per descrivere più vicende; le storie più corte ("La sua bussola", "Misiones", "Recinto elettrico") non mi hanno trasmesso granché, se non qualche punto di domanda.

Il pazzo dello zar - Jaan Kross

** spoiler alert ** "Quanti sono gli uomini che possono dire con cuore onesto: questa era la mia intenzione e così l'ho eseguita? E se tra milioni se ne trova uno che possieda il genio e anche, insieme con l'onestà, l'energia necessaria, allora quello viene bandito dal paese, diventa un esiliato." - Pag. 306

Se Timotheus von Bock, barone estone realmente esistito tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, può essere ritenuto colpevole di una pazzia, allora si tratta di dire sempre la verità. Avendolo chiesto allo Zar e avendo giurato, egli si sente legittimato anche a esprimere opinioni che lo portano prima in prigione e poi a essere tenuto sotto sorveglianza in casa, per tutta la sua vita.
Cosa gli ha detto, di così sconcertante ed estremo, da farlo passare da protetto dello Zar a matto pericoloso? Timo è intelligente, acculturato, un illuminista, un nobile che non discrimina in base alla classe sociale (e infatti sposa Eeva, figlia di contadini). La Rivoluzione Francese è terminata da poco, ma le idee sono rimaste nell'aria, dalla Francia all'Estonia in fondo non ci vuole molto. Timo ha il coraggio di presentare allo Zar delle critiche sul suo governo, di esporre una nuova forma che comunque lo considera.

"Legge suprema sarà il bene pubblico... Il sovrano deve essere un mezzo, non un fine... La patria sarà indivisibile ma non estendibile. [...] Il sovrano regnerà mediante la legge che è superiore a lui. E del nome di Dio non sarà fatto abuso... Il sovrano sarà il primo servitore dello Stato, sacro nella sua persona, ma responsabile delle sue azioni, così che potrà essere arrestato qualora si lasciasse andare a passioni riprovevoli, trascurasse i suoi doveri o compisse passi falsi... La patria sarà rappresentata da membri eletti dalla nazione... Essi si riuniranno regolarmente in assemblee generali... La nazione sarà suddivisa in classi corrispondentemente ai suoi interessi, ma ogni singolo membro della nazione godrà di eguale protezione di legge e di eguale libertà. Non ci saranno torturatori, non ci saranno catene. Il diritto delle cariche pubbliche sarà in proporzione alla sapienza [...] Nessuno potrà essere condannato senza essere stato prima giudicato. La Russia ha bisogno di cittadini, di schiavi ne ha abbastanza." - Pag 144-145.

Timo credeva di poter ottenere un riscontro diverso, sperava di essere almeno ascoltato, forse ingenuamente, per via della sua amicizia e legame con lo Zar. La coltivazione, la crescita, e la fedeltà a queste idee: quanto della loro vita hanno sacrificato lui ed Eeva, l'altra indiscussa protagonista?

"Tu non sai, nessuno sa quale sforzo mi costi essere normale. Restare moderato. Tacere. Soffocare in me il fiotto di pensieri con le pillole per dormire. Fin qui ci sono riuscito. Più o meno. Per Kitty (Eeva). Lei pensa che io sia una persona sana. Perlomeno, ora. E quando io, nonostante tutto... me ne dimentico, lei pensa che io giochi. Perché sono obbligato a farlo, affinché non mi riconducano laggiù..." - Pag. 193

La storia, minuziosamente ricostruita da uno dei più grandi scrittori estoni, Jaan Kross, è narrata dal fratello di Eeva, che racconta il passato e il presente di Timo, provando a trovare una risposta definitiva sulla pazzia del cognato. È un romanzo che incita prima di tutto a pensare. Con la propria testa, al di là delle proprie condizioni, buone o cattive che siano. Pensare per riflettere sulla società in cui si vive, non in maniera egoistica e con gli occhi sul proprio ombelico (altrimenti Timo avrebbe potuto restarsene quieto e zitto). E, quando si giunge a una teoria, a dei concetti in cui si crede, esso mostra quanto si debba lottare per comunicarli e farli affermare; purtroppo, fa vedere anche a quale prezzo...

"Voleva far felice l'essere a lui più caro e lo ha invece reso più infelice di ogni altro. Voleva eliminare la stoltezza, la bassezza, l'ingiustizia nel nostro stato russo, ossia nello zar, e ha annientato se stesso." - Pag. 226

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa - Luis Sepúlveda

Leggendo l'ultima storia di Sepúlveda mi è sembrato di fare un viaggio nel tempo e tornare indietro di quasi vent'anni, quando mi trovai di fronte per la prima volta "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare": che sia l'inquinamento oppure la caccia agli animali, è sempre un incanto. Ho sempre ammirato la sua capacità di scegliere temi complessi e narrarli con quella delicatezza riservata ai lettori più piccoli. Sarà per questo che le sue parole arrivano sia ai bambini sia agli adulti; le sue sono favole moderne, con una vera e propria da morale da apprendere, coltivare, conservare e trasmettere.

"Non ci davano la caccia per cibarsi delle nostre carni, ma per l’olio dei nostri intestini, che ardeva illuminando le loro case. Non ci ammazzavano per paura della nostra specie; lo facevano perché gli uomini temono il buio e noi balene possediamo la luce che li libera dalle tenebre."

Se le parole "balena bianca" del titolo vi hanno fatto venire in mente un'altra famosa opera letteraria, sappiate che il collegamento è giusto. Ogni incontro tra la balena bianca e l'uomo non passerà senza lasciare il segno in entrambi: un arpione nel primo, un desiderio di conquista nel secondo.

Dai tuoi occhi solamente - Francesca Diotallevi

Avere passione e talento per qualcosa non implica per forza il volerlo esternare e condividere con gli altri.
Al giorno d'oggi potrebbe sembrare strano; per Vivian Maier, fotografa statunitense del secolo scorso, assolutamente no.

Sconosciuta fino al 2007, quando un giovane, John Maloof, trovò per caso centinaia di negativi e rullini da sviluppare, è stata riconosciuta come un'antesignana dello street photo e divenne nota in tutto il mondo, soltanto post mortem. Il libro della Diotallevi è la storia romanzata della sua vita, delle sue relazioni, del suo sguardo indagatore verso il mondo.

"Quando scatta una foto dal punto panoramico che le hanno indicato, quando imita il lavoro di un altro, non sta guardando per davvero con i suoi occhi. Forse ne uscirà una buona foto, ma sarà una foto uguale ad altre mille. Ha mai provato a cambiare prospettiva?" - Pag. 121.

La ricerca dell'autenticità più pura e della soggettività non è tuttavia un percorso semplice: a volte potrebbe sembrare una maledizione, il non sentirsi compresa dalla maggior parte delle persone.

" "Non sempre è così. Ci sono giorni in cui vorrei solo essere... diversa." [...] "Cos'è che insegui, Vivian?" - "Te l'ho detto, non lo so." " - Pag. 140

La scrittrice ha fatto un ottimo lavoro di documentazione, come già aveva fatto almeno in un'altra sua opera, "Amedeo, je t'aime"; non si è limitata a raccontare la biografia della Maier, ma ha cercato di darle una voce, riuscendoci in alcuni pezzi magistralmente.

" 'Non è così che tutti andiamo avanti?' avrebbe voluto domandarle Vivian. Celandoci dietro una targhetta mentre ciò che siamo davvero lo dice il fondo dei nostri cassetti, dove accumuliamo i segreti; le tasche dei nostri cappotti, dove conserviamo i fazzoletti usati e le cose di cui dovremmo vergognarci; le pagine dei libri, tra le quali nascondiamo le lettere proibite, dove schiacciamo i quadrifogli che non vogliamo veder marcire, perché qualcuno ce li ha donati affinché ci portassero fortuna. Ce ne stiamo nascosti dietro un'aria rispettabile, camuffando tic e manie, abusi e dolori che spaventerebbero chi abbiamo davanti, se rivelati." - Pag. 150.

Mi è rimasto solo un dubbio, terminando la storia: Vivian Maier, che ha sempre coltivato il suo talento nella riservatezza della propria intimità, che non ha sviluppato le foto perché forse non era propriamente interessata al risultato quanto più all'atto in sé, avrebbe gradito essere scoperta? Avrebbe voluto vedere il suo lavoro pubblicato online, sulle riviste, nelle mostre dedicate?
Allo stesso tempo, una tale capacità di inquadrare la strada e la vita, perché nasconderla al mondo? È "corretto"?
Al momento ho risposte contrastanti; forse devo ancora mettere a fuoco.

Palazzo Yacoubian - 'Ala Al-Aswani

Saranno stati i personaggi negativi o sarà stato lo stile disinibito e crudo dell’autore, comunque “Palazzo Yacoubian” è un romanzo che ha fatto discutere abbastanza il nostro gruppo, dividendolo a metà; di sicuro non è passato inosservato, perché a pochi è rimasto indifferente.

Ha irritato parecchio per i suoi toni maschilisti e amari, nonché per la religione giustificatrice e scusante di ogni atto nel libro; allo stesso tempo ha intrigato, con il suo essere un quadro vero e rappresentativo della società egiziana.
Una società che, lasciata a sé stessa, senza un’appropriata autorità, non può che degenerare, sia considerando la gente in generale sia seguendo le vicende personali di alcuni individui particolari. Questo è l’espediente usato da al-Aswani per denunciare la corruzione politica, il degrado e la disparità tra ricchi e poveri, la scarsa considerazione delle donne, la fede cieca che potrebbe trasformarsi in estremismo, la lussuria che conduce alla rovina.

Un romanzo sporco: ogni vizio, ogni cattiva qualità, è impersonato da un inquilino, tanto che Palazzo Yacoubian viene anche considerato un polo negativo quasi al limite del possibile; è un romanzo decadente. I personaggi sembrano demoni, ecco il sostantivo usato da un'altra partecipante, maledetti nella loro ricerca vana di ottenere una qualche felicità. Soltanto due di loro sembrano riuscire a raggiungere qualche scopo, forse perché con le loro azioni hanno fatto del male solo a sé stessi e non ad altri.

In ogni caso, è un romanzo più universale di quanto si pensi: è sufficiente cambiare città e periodo, magari tornare indietro di qualche decennio in Italia, e si possono trovare parecchie analogie.

Infine, una nota: è inevitabile pensare a quanto capitato a Giulio Regeni, soprattutto nei paragrafi dove si dà una descrizione alquanto infelice della polizia e degli organi di stato egiziani. Chissà se un giorno si saprà tutta la verità; la scopriremo, amaramente, solo “se Dio vuole”.

R: La pioggia prima che cada - Jonathan Coe

"Non riuscivo a conciliare queste due sensazioni. Ricordo questo sentimento - questo pensiero - con estrema chiarezza. La consapevolezza che a volte è possibile - se non necessario - coltivare idee contraddittorie; accettare la verità di due cose che si contraddicono a vicenda. Stavo solo iniziando a capirlo: a riconoscere che questa è una delle condizioni fondamentali della nostra esistenza." - Pag. 163

Una storia fragile, fin dalle prime pagine, dove si ha la sensazione che prima o poi qualcosa crollerà e si romperà in tanti piccoli pezzettini. L'espediente utilizzato dall'autore e da Rosamund per narrare la sua intera vita alla nipote cieca, ossia ricorrere a venti fotografie e descriverle nei loro più minuziosi dettagli, l'ho apprezzato come se fosse un esperimento. Siamo così superficiali, con i nostri sensi; forse li diamo per scontato troppo spesso, e diamo per scontato anche i dettagli e le particolarità che, attraverso essi, siamo in grado di cogliere del mondo esterno.
Rosamund/Jonathan Coe si esercita addirittura venti volte, nel provare a presentarci delle istantanee di altrettanti momenti; forse all'inizio può risultare pesante, ma poi il tentativo riesce e sale la curiosità di sapere cosa rappresenterà la stampa successiva, quale sarà il salto temporale, cosa sarà successo nel frattempo. Il campionamento effettuato da Rosamund e le sue parole ci fanno da guida, ma poi gli intervalli di tempo tra una foto e l'altra - le parti più interessanti - sta a noi, ricostruirli.
È un romanzo che si legge in maniera scorrevole, dove il tema dell'omosessualità della protagonista è presente e ovviamente condiziona alcuni eventi, ma non è quello principale: Coe non approfondisce l'orientamento sessuale di Rosamund o le sue conseguenze, perché non ce n'è bisogno e non è lo scopo; lo scrittore vuole descrivere il suo affetto, la sua volontà, la sua maturità nel fare le scelte giuste e supportare chi le è caro.

Censimento - Jesse Ball

** spoiler alert ** È difficile scrivere una recensione di questo romanzo: consiste in una sorta di taccuino di viaggio di un padre assieme a suo figlio, probabilmente affetto dalla sindrome di Down, mentre visitano tutte le città dalla A alla Z per realizzare il censimento. Si scopre nelle prime pagine che il padre è gravemente malato, così abbandona il suo lavoro di medico e decide di dedicarsi al censimento.

"Per noi rilevatori il censimento è una specie di crociata nell'ignoto. Una volta qualcuno ha usato l'espressione 'nella tempesta con una lanterna in mano' [...] Quante visite si devono fare al giorno? Quanti chilometri bisogna percorrere? Non ci sono risposte precise in un lavoro così. Andiamo dov'è possibile, facciamo il possibile, e garantiamo di mantenerci in forze."

Non è esplicitamente detto cosa sia, questo censimento; ogni tanto il padre concede qualche dettaglio in più, ma senza mai tratteggiarlo completamente. Il viaggio avviene in un mondo indefinito, distopico, non collocato né temporalmente né spazialmente. Si vaga assieme ai personaggi e l'unica certezza che si ha è che dopo la città A ci sarà la città B, poi la C, e così via. Ogni posto contiene nuove storie da investigare e da raccontare.

"Com'è possibile, ci domandammo tante volte, che siano tutti così crudeli con lui? Possibile che esista una congiura così immensa, possibile che tutti abbiano deciso prima del tempo che non è un problema ferire queste persone inermi, che non fanno del male a nessuno?"

La chiave di lettura viene rivelata nelle ultime pagine e a quel punto alcuni aspetti diventano chiari, si cambia prospettiva. Si scopre che il padre è malato al cuore, probabilmente di dolore, perché si separa dal figlio che prende il treno verso ovest, tornando ad A, dove tutto è iniziato, morendo.
Il censimento è un progetto di ricerca dove l'obiettivo è scovare bontà d'animo e gentilezza nell'umanità. Gentilezza che merita di essere esplorata, ascoltata, marchiata con un tatuaggio.

"È pur vero che c'è un altro aspetto, e cioè diventò più facile trovare persone di valore, che non erano e non sono affatto disturbate dalla sua presenza, anzi si mostravano subito amiche. Non è facile individuarle, non sempre ero in grado di farlo dal loro aspetto, perché spesso chi possiede una gentilezza e una sensibilità innate è portato a celarle o a dissimularle."

Questo libro ambisce a mostrarle, tali gentilezze e sensibilità, a testimoniarle e a trasmettere empatia nei lettori, e in parte ci riesce. Il problema è che molti altri argomenti rimangono senza un perché; probabilmente è una scelta voluta, legata alla disabilità del fratello dell'autore e del figlio del protagonista: l'intento dello scrittore, infatti, non è "vi spiego tutto quello che ho compreso della sindrome di Down", quanto più raffigurare, descrivere in maniera oggettiva ciò che può trasparire a chi è vicino - ma comunque esterno - e cosa può implicare di conseguenza nella vita quotidiana.
Purtroppo il fatto di non spiegare tutto può rendere il lettore un po' insoddisfatto e insicuro della sua interpretazione; ma forse un altro scopo dell'autore era proprio questo.

R: Il calore del sangue - Irene Nemirovsky

Ho collegato questo breve romanzo di Irène Némirovsky con la seguente poesia di Philip Larkin, "This be the verse":

"They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself."

"Il calore del sangue" parla delle passioni che rivelano noi stessi, o forse solo alcune parti di noi; il titolo si riferisce sia alle emozioni sia ai legami familiari che potrebbero condizionare come ci poniamo agli altri, consciamente o meno, magari ripetendo le stesse azioni (giuste o sbagliate?) che, decenni prima, erano state compiute da genitori e/o altri parenti. Stranamente per la Némirovsky, non è trattata in alcun modo la questione degli ebrei, come in sue altre opere.

La storia è raccontata in prima persona da Sylvestre, detto anche Silvio, un cugino acquisito della coppia composta da Hélene e Francois, genitori di Colette e altri due bambini.
Colette sta per sposarsi con Jean, un giovane tranquillo e con la testa sulle spalle; in mente, come ideale, ha la storia d'amore dei suoi genitori. Otterrà qualcosa del genere? Sarà davvero tutto così idilliaco come sembra? La risposta non è univoca, ma non aggiungo altro per non scrivere anticipazioni.

La trama non è delle più intricate, anzi, un po' prevedibile grazie agli indizi lasciati in giro qua e là dalla scrittrice; però l'intreccio delle azioni, così come la narrazione non in tutto il libro in ordine cronologico, è sempre magistrale. Si arriva a percepire il fuoco dei sentimenti dei personaggi, ben caratterizzati; si assapora il tepore, anche grazie al lessico specifico esplicito (e.g., l'uso frequente del verbo "bruciare", "ardere" o altri termini quali "calore"). Però è mancata - stando in tema - quell'ultima scintilla imprevista che scappa all'improvviso e incendia il tappeto, le tende, i mobili, la casa, il lettore: sarebbe stata devastante.

Memorie di Adriano - Marguerite Yourcenar

“TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS”.
Questa frase virgiliana, citata anche da Adriano nella sua lunga lettera a Marco Aurelio, indica sia tutta l’attitudine del personaggio sia l’enorme ricerca di Marguerite Yourcenar, autrice di questo capolavoro.
Questo è stato il titolo che mai aveva messo così tanto d’accordo tutti i partecipanti del nostro gruppo di lettura. Non è una lettura facile, anzi, mette alla prova anche i lettori più forti, quelli che masticano pagine su pagine di continuo; a queste trecento pagine bisogna dare il tempo che richiedono, bisogna soffermarsi quasi a ogni riga per ammirare a bocca aperta il notevole e immenso “labor limae” della Yourcenar, come ha magistralmente detto una partecipante citando Orazio.
Perché ogni termine utilizzato è raffinato, non nel senso di elegante, bensì in quello di pulito esteticamente, scelto, perfezionato: non c’è una parola o un simbolo ortografico fuori posto. Stilisticamente è un’opera sensazionale, non solo perché è il frutto di un lavoro di una vita intera (inizialmente buttato, poi quasi bruciato, infine accolto e approfondito, amato). Definirlo solo “romanzo storico” sarebbe quasi un oltraggio: è una biografia supportata da un’immensa ricerca storiografica; è un trattato fuori dal tempo sull’umanità e sul significato della vita; è la scoperta, tramite una lunga lettera, di un uomo incredibile, integerrimo e mortale, e che proprio per questo si sente Dio; è una discussione sul binomio formato da corpo e anima; è un libro terapeutico in cui perdersi dentro per dimenticare la realtà esterna e allo stesso tempo per trarne consiglio o per impararne qualcosa di nuovo, che sia astronomia, storia, filosofia, geografia, politica, mitologia, religione, etica, amore, amicizia, attualità.
È uno di quei libri che rimarranno per secoli, un dono, una perla della letteratura mondiale che non può mancare nella propria biblioteca personale, per rileggerlo tra cinque, dieci, vent’anni, ogni volta sotto una luce diversa. Perché la sua bellezza devastante sta nell’empatia che ci conquista con ogni frase, indipendentemente dall’età.

Quindi sì, è tutto tranne che una lettura facile, perché richiede forza di volontà, concentrazione e partecipazione attiva da parte del lettore; però solo così, soltanto dedicandogli queste attenzioni, sarà in grado di regalargli tantissime emozioni, curiosità, identificazioni e valori.

Con in bocca il sapore del mondo - Fabio Stassi

L'intento di questo libro (o meglio, raccolta di brevi biografie/storie) è alto: narrare le vite dei principali poeti italiani da metà Ottocento in poi, mescolando i loro anni ai loro versi, decorando le frasi con rime, note, sensazioni. Si nota apertamente il grosso lavoro fatto dall'autore - investigazioni vere e proprie, minuziose e precise, nelle opere dei poeti, nelle analisi e biografie su di loro - e questo meriterebbe assolutamente cinque stelle: complimenti.
Quindi perché solo tre?
Perché un lettore forte percepisce che questi testi sono stati adattati per essere pubblicati in un libro: leggendo nelle note o cercando su Internet si scopre che in origine vi è un programma su Rai 5 di letture ad alta voce, dove le vite dei poeti possono essere così ascoltate.
Ma c'è un'altra ragione, secondo me, dove questa raccolta si perde un po', ed è il fatto che tutte le storie hanno la stessa struttura (i.e., introduzione accattivante, "Nacqui a...", crescita, eventuali disgrazie, morte), cambiano ovviamente i fatti avvenuti e i versi dei poeti stessi. A lungo andare, leggendo una storia dopo l'altra, mi sono annoiata un po' (eccezion fatta per le storie di Campana, della Merini, di Quasimódo).
Un modo per ovviare a questo, e per sfruttare il lavoro di Stassi in maniera brillante, potrebbe essere di usare il racconto scritto o la puntata nelle lezioni di italiano di quinta superiore, per raccontare la vita del poeta studiato al posto che leggerla, così com'è solitamente descritta - noiosa oggettiva e poco accattivante - dal libro di testo.

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