Alice Raffaele

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La fiamma - Leonard Cohen

(Recensione relativa all'edizione in lingua originale, inclusi i numeri di pagina riportati)

Devo scrivere una premessa, prima di cominciare questa recensione: forse l'unica canzone che conoscevo, composta da Leonard Cohen, era probabilmente la più famosa: "Hallelujah“, di cui Jeff Buckley ne ha fatto la cover. Sapevo che Cohen fosse - sia - uno dei cantautori che DOVEVO recuperare, soprattutto per via della sua aura triste ma affascinante e della poesia delle sue opere, perché una voce dentro di me diceva che ne valeva la pena.
Un poeta può essere un cantante e un cantante può essere un poeta: Cohen ne è un esempio e non so se la sua anima fosse più quella di un poeta o quella di un cantante; disegnava anche. Infatti, uno può esprimere i suoi sentimenti in molti modi: parlando, urlando, cantando, disegnando, anche nascondendosi dal mondo. Ma sono lieta che lui abbia deciso di appuntare i suoi pensieri e anche di aggiungerci delle note, comunicandoli al pubblico. Mi chiedevo cosa "fosse accaduto al suo cuore" (“happened to his heart”) in quel momento, quale fosse la fiamma che lo spronasse, e ho trovato risposta nella lettera di epilogo alla fine di "The Flame".

Il suo primo album che ho ascoltato completamente è stato “Thanks for the dance“, l'ultimo che ha rilasciato, e l'ho fatto mentre leggevo questo libro.
C'è ironia e sarcasmo, verso la società e l'ego e l'arroganza; “Kanye West is not Picasso” è solo l'esempio più ilare.
Ma sia “Thanks for the dance” sia “The Flame” contengono molte altre emozioni. Ho sempre creduto che le composizioni drammatiche siano le migliori, e le sue non hanno fatto altro che confermarmelo ancora.

“No time to change / The backward look / It’s much too late / My gentle book” (pag. 9).
“Let’s wait a little while / let’s wait a little longer / the enemy is gaining strength / let’s wait until he’s stronger.” (pag. 20).
“The sun goes down / Our shadows dissolve / The pine trees darken / O Darling! / We must go home.” (pag. 37).
“I’m leaving the table / I’m out of the game” (pag. 150).

Tristezza, rimpianti e rimorsi: ecco di cosa sono pieni questi versi, certo.

“Tell me again / when I’ve been to the river / And I’ve taken the edge off my thirst / Tell me again / We’re alone & I’m listening / I’m listening so hard that it hurts.” (pag. 109).

Un occhio è sempre fisso sul passato, su ciò che è stato.

“The bullet trains of Tokyo / The monorail / The TGV / They’ll let you know what transportation’s for / but don’t go to Westm’t Station / Those old trains don’t run no more.” (pag. 167).

Eppure c'è un sentimento, inizialmente nascosto nelle virgole, nelle pause, aleggiante nei disegni, qualcosa che comincia ad apparire in alcune pagine, lasciando indizi al lettore sullo stato mentale di Cohen.
Rassegnazione, ecco di cosa sono intrisi i suoi ultimi lavori.

“I got no future / I know my days are few.” (pag. 113).
“I don’t want to ask the gipsy / what the future has in store / I don’t want to ask the doctor / what these little pills are for” (pag. 235).
Non c'è più tempo per aspettare: ha aspettato tutta la sua vita per qualcosa che sognava, che sperava, che immaginava, e questo talvolta gli ha fatto mancare il contatto con la realtà, gliel'ha fatta perdere. Un milione di volte avrebbe voluto fare qualcosa ma non ne è stato in grado. E' "troppo vecchio per la parte" (“too old to play the part”) (pag. 63).
“40 years I wandered / in your desert / a moment of your beauty / and 40 years of breathlessness / to balance it / 40 years of remorse / 40 years of disappointment” (pag. 82).
A un certo punto "non importa cara / non importa davvero" (“It doesn’t matter darling / it really doesn’t matter”) (pag. 60).

Ma, come nei sonetti classici, ecco il turning point, il punto di svolta: "Tutti noi / musicisti, il pubblico / eravamo dissolti in gratitudine." (“All of us / the musicians, the audience, / were dissolved in gratitude.”) (pag. 13).
La gratitudine è l'emozione per l'uomo che gli ha insegnato gli accordi base a Montréal quando era giovane, e gli ha cambiato la vita.
La rassegnazione non è la fine, è una fase transitoria - obbligatoria - verso la gratitudine, dove dovremmo soltanto "ascoltare il colibrì [...] ascoltare la farfalla [...] ascoltare la mente di Dio / colui che non ha bisogno di essere (“listen to the hummingbird […] listen to the butterfly […] listen to the mind of God / which doesn’t need to be.”) (pag. 65). Non c'è bisogno di definire Dio, di classificarlo o attribuirgli caratteristiche o poteri. Soltanto ascoltare e accettare quello che sta arrivando, senza affrettarsi, senza aspettarsi nulla, senza sperare niente. "Sono pronto, mio Signore" (“I’m ready, my Lord”) (pag. 143), "Venga la guarigione del corpo / Venga la guarigione della mente" (“Come healing of the body / Come healing of the mind”) (pag. 116), "Non abbiamo bisogno di andare oltre." (“We don’t need to go any deeper.”) (pag. 83).
E forse siamo in grado di capirlo solo alla fine.

Nel frattempo, io devo ancora capire perché io lo abbia ascoltato prima e, cosa più importante, devo scoprire quale "potere mi è stato dato / per mandare onde di emozione / attraverso il mondo [...]" (“power was given me / to send waves of emotion / through the world […]”) (pag. 13). Leonard Cohen non voleva ammetterlo, ma lui l'aveva sicuramente trovato.

Un'aquila nel cielo - Wilbur Smith

PER NOI E' NO.

Al gruppo di lettura avevamo raggiunto l’unanimità soltanto con “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, elevandolo tra i libri capolavori di sempre. Peccato che stavolta siamo completamente agli antipodi, ossia nel baratro delle letture che ci siamo anche pentiti di aver fatto. Come ha detto una partecipante, “una volta toccato il fondo si può soltanto risalire”.
“Spazzatura”, l’ha stroncato un'altra persona, ed eravamo tutti più o meno dello stesso parere. Non sono state solo le aspettative altissime, nei confronti di uno scrittore da bestseller più che acclamato, a deluderci. Avendolo letto in precedenza o meno, tutti comunque abbiamo sempre associato Wilbur Smith al genere avventuroso, e le recensioni online non avevano fatto altro che confermarcelo. Eppure non tornano: “Libro bellissimo; una delle sue opere migliori; è avvincente e avventuroso…”. Siamo sicuri di avere letto lo stesso libro?

Partiamo proprio dall’ultimo punto: dov’è l’avventura? Non veniteci a dire che inserire nello stesso libro tante vicende diverse e spaiate ne sia un sinonimo. Nel romanzo succede di tutto: missioni in volo, un attentato a un matrimonio, perdita della vista, successiva riconquista della vista, persecuzioni, morti, pubblicazione di libri e foto su riviste, etc. . Questa non è avventura, è irrealtà.
E' sembrato di leggere un harmony; qualcuno ha persino inventato l’aggettivo “lialoso” per rimarcare la cosa (anzi, in realtà le storie di Liala valgono di più). “Un’aquila nel cielo” è più simile a un film abbastanza mediocre che dimentichi non appena torni a casa. Cosa ci ha lasciato, questo libro? Quasi niente.
I personaggi sono stereotipati, antipatici e deludenti, oltre che bellissimi, bravissimi ed esperti solo loro. Al di là dell’egoismo di David, crea disappunto la figura di Debra, eroina dall’indole apparentemente forte a cui sono sufficienti qualche moina e dei mobili per dimenticare il suo voler essere indipendente. Sia lei sia David reagiscono ad alcuni eventi tragici e psicologicamente difficili con fin troppa superficialità e noncuranza. Tra i vari personaggi, avremmo salvato solo il cane Zulu.
Ciò nonostante, le frasi scorrevano abbastanza velocemente ma le assurdità e il linguaggio banale e maschilista non hanno fatto altro che rendere il libro irritante e fastidioso.

Il pubblico target è quello di lingua anglosassone; alcune scene da film le definiremmo infatti come “americanate”. “Un’aquila nel cielo” è un libro commerciale, come giustamente evidenziato da un partecipante, niente di più. L’unico altro messaggio che possiamo trovare, dentro queste pagine, è quello animalista: nel titolo, nell’episodio della corrida, nell’antagonista che fa bracconaggio per divertimento, oltre che per qualche chilo di carne.

Che questa storia sia stata scritta da più persone o che Wilbur Smith avesse una scadenza troppo imminente e abbia raffazzonato frammenti disomogenei?
Non potremo mai saperlo e probabilmente non ci interessa neanche: sarebbe solo altro tempo sprecato.

Cinque lezioni leggere sull'emozione di apprendere - Daniela Lucangeli

Libro scritto in modo fluido, diretto e semplice, ma non semplicistico grazie all'uso di lessico specifico, ed è lo stile che consente alla Prof.ssa Lucangeli di arrivare a un pubblico molto vasto e numeroso in maniera chiara.
Il focus è l'apprendimento dei bambini e l'influenza delle emozioni in esso. I temi affrontati sono il linguaggio del corpo e l'abbraccio, il ruolo dell'errore, il successo scolastico, il malessere e l'intelligenza numerica; il vero cuore di questo saggio secondo me è il secondo. Rimarcato e demonizzato come spesso si fa, l'errore è solo portatore di ansie: è l'ostacolo che si frappone tra il bambino e il suo "successo". Cosa si intende tuttavia per "successo"? Ottenere sempre bei voti? No, questo non è successo, altrimenti come spiegare anche il disagio di quelli invece ritenuti bravissimi solo per i loro risultati?
L'errore è il mezzo necessario attraverso il quale si impara e si fa esperienza: l'obiettivo primario è la scoperta e la curiosità verso il sapere, non un giudizio quantitativo. Potrebbe sembrare scontato, ma forse sarebbe meglio ripetere più volte tali concetti piuttosto che dare per scontata l'educazione dei bambini, no? L'errore non deve spaventare ma anzi, dovrebbe quasi essere "desiderato" perché consente di arrivare a nuove consapevolezze.
E' un messaggio che forse dovrebbe arrivare anche agli adulti, una delle lezioni più difficili da interiorizzare, rielaborare ed esprimere.
Consigliatissimo quindi a insegnanti di qualsiasi scuola, genitori, ricercatori, interessati.

Mai più - scritto e illustrato da R. J. Palacio

"Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo." - George Santayana

Sono leggermente in ritardo, ma è comunque ancora la settimana della Giornata della Memoria e, anzi, bisognerebbe ricordare sempre, soprattutto dato l'esito di un sondaggio recente secondo cui il 15% degli italiani nega che sia avvenuto l'Olocausto.
Ecco, oltre a una bella lavata di capo e a un ripasso di storia, diamo loro da leggere storie come questa.
Il volume fa parte della collana "A Wonder story" ma non è assolutamente necessario avere letto nessun altro libro prima.
La graphic novel è auto-conclusiva e si finisce anche fin troppo in fretta, da quanto è scorrevole e da quanto la trama prende subito, già con le prime tavole.
Il libro è indicato soprattutto per ragazzi dagli undici anni in su; racconta la storia di una ragazza ebrea in un villaggio francese, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, che riesce a evitare di essere deportata, nascosta per anni da un suo compagno di classe e dai suoi genitori nel loro fienile.
Non offre niente di particolarmente nuovo in confronto ad altre opere, però invita a riflettere sicuramente sul razzismo e sulla guerra, e dà anche spunti per parlare di diritti, comportamento e gentilezza, bullismo.

Non bisognerebbe mai smettere di parlarne, per non dimenticare ed evitare che avvenga di nuovo, sotto altre forme o con altri nomi ma con la stessa violenza e malvagità.

La ragazza del Kyūshū - Matsumoto Seicho

Un noir nascosto nel wrapper del thriller.
Il mistero è solo la scusa dell'autore per parlare della psicologia delle persone coinvolte in un omicidio e vedere fino a che punto estremo si possa spingere la loro vendetta, oltre che per tratteggiare l'importanza della reputazione in Giappone e del riconoscimento da parte della società.
E' facile intuire chi sia l'assassino e non ci sono colpi di scena particolari.
Le descrizioni sono minimali e il narratore onnisciente riesce a caratterizzare in maniera sufficiente i personaggi. Secondo me si merita tre stelle, e non due, perché comunque si legge in maniera fluida e scorrevole, senza se e senza ma, e potrebbe essere consigliato a qualcuno che vorrebbe leggere di più.

Il piano orientale - Zeina Abirached

Due storie in parallelo, legate l'una all'altra, in due piani generazionali diversi, come i tasti bianchi e i tasti neri di un pianoforte.
La prima riguarda un sognatore incallito (bisnonno della scrittrice e fumettista), uno che non si arrende e persiste nella sua idea finché non la vede realizzata: eseguire le musiche orientali con un pianoforte classico, capendo come modificarne la struttura all'interno affinché possa suonare i quarti di tono; arriverà a Vienna, con il suo Ludwig, diventato "bilingue".
La seconda invece, ancora più autobiografica, rappresenta sensazioni e impressioni di chi cresce bilingue, tra due paesi, tra il Libano e la Francia, e non può che integrare entrambe le culture nella propria vita.
Il tema comune è la distanza: quella musicale, collegabile con un ponte, o meglio, con un pedale; quella geografica, dei viaggiatori che fanno e disfano bagagli nelle terre che appartengono loro; quella simbolica e mentale, tra Occidente e Oriente.
Forse l'unico difetto è che non c'è "distanza" nell'impaginazione delle due storyline e ciò può creare confusione; sarebbe bastata una pagina bianca come interruzione di una storia e ripresa dell'altra.

I Buddenbrook - Thomas Mann

E' stato il Classico del 2019 de "I MiseraLibri - Gruppo di Lettura della Biblioteca di Chiari”: ha affiancato le nostre letture mensili e gli abbiamo dedicato tre incontri (il primo a giugno, il secondo a settembre e l'ultimo venerdì scorso, 10 gennaio).

Credo di poter scegliere, a nome del gruppo, una serie di aggettivi per descrivere il primo romanzo di Thomas Mann, pubblicato nel 1901 a soli ventisei anni eppure così determinante nella sua carriera, tanto da essere menzionato persino quando è stato insignito del Nobel per la Letteratura nel 1929.

"I Buddenbrook" è SORPRENDENTE, perché ci si rende conto subito che non è assolutamente pesante come si possa pensare; l'appellativo di "classico" è più che meritato, nel senso di qualcosa di eccelso e fondamentale, ma anche che non passa mai di moda.

"I Buddenbrook" è ATTUALE, infatti, inaspettatamente moderno; sarà che il focus di Thomas Mann, per quanto la storia vada dal 1835 al 1877, è principalmente sulla psicologia e sulla società in cui sono inserite le tre generazioni della famiglia. Questa è anche la principale differenza rispetto ad altri scrittori a cui Mann si è ispirato, come Zola, Kielland e Lie.

“I Buddenbrook” è FATICOSO, come un’escursione in montagna che inizia con una salita, però una di quelle in cui si prende il passo subito, perché il sentiero è ricco di scorci e non stufa, anzi; per essere un romanzo copioso di descrizioni minuziose, dove ogni dettaglio non è tralasciato, scorre quasi come un dialogo a due voci.

“I Buddenbrook” è REALISTICO, perché ci sono storyline che avremmo voluto vedere proseguire in un certo modo (per esempio Tony e il suo primo amore Morten) ma che avrebbero perso il senso; Thomas Mann è fedele non solo ai caratteri dei suoi personaggi, ma anche all’etichetta, alle regole della borghesia, a ciò che la mentalità dell’epoca avrebbe imposto. E’ facile trovare almeno un personaggio in cui immedesimarsi, soprattutto tra i quattro principali: Thomas, “uomo pratico o languido sognatore”; Tony, un po’ petulante e un po’ viziata ma sempre in piedi; Christian, con la sua ipocondria e il paragone con il fratello; Hanno, ipersensibile e insicuro, non pronto a reggere il peso dell’essere l’unico erede maschio. Il sacrificio dei propri desideri e delle proprie inclinazioni, da parte dei membri della famiglia Buddenbrook, ha contribuito a far spegnere la forza che avrebbe consentito il rinnovamento e la sopravvivenza.

“I Buddenbrook” è IRONICO, nella sorte dei suoi protagonisti principali (Tony e Thomas in primis) e nel raffigurare l’importanza che si dava all’estetica e alle classi sociali.

“I Buddenbrook” è SIMBOLICO, del declino della borghesia alla fine dell’Ottocento. Nelle varie parti dell’opera ci sono presagi, moniti e anche semplici frasi che confermano le aspettative negative del lettore sulla sorte della famiglia; persino lo stemma, raffigurante un salice, non può che indicarne il destino di decadenza che la attende. Il ramo di parabola cominciato con il console, che aveva fondato l’azienda nel 1768, raggiunge il suo apice con la costruzione della casa di famiglia da parte di Thomas, che si rende immediatamente conto essere una sbaglio e di avere esagerato, facendo prevalere ancora una volta l’estetica e la parvenza sociale sulla ragione; da lì, la discesa è velocissima, con il sorpasso della famiglia rivale, gli Hagenstrom, e la presa di coscienza di Thomas che il figlio Hanno non sarà in grado di prendere le redini dell’azienda; la morte di Hanno concluderà il disegno, lasciando vive solo le donne della famiglia, divorziate o vedove, arrese all’imprevedibilità della vita eppure sopravvissute.

“I Buddenbrook” è AUTOBIOGRAFICO in parte; ovviamente solo Thomas Mann sa quanto di vero ci sia nella storia, però noi siamo a conoscenza del fatto che lui a sua volta era figlio di un senatore, che a Lubecca esiste davvero la “Buddenbrookhaus” (oggi convertita nel museo della famiglia Mann) e che il romanzo quando uscì andò a ruba, diventando un bestseller e poi un longseller. La gente avrà cercato di trovare riferimenti a fatti accaduti e a gossip dell’epoca? Sicuramente.

“I Buddenbrook” è MULTITEMATICO: c’è letteratura e filosofia (Schopenhauer), scrittura e musica (Wagner), religione e medicina (le innumerevoli descrizioni delle malattie), vita e morte, sociologia, scandali e comportamenti appropriati, persino un accenno velato al tema dell’omosessualità.

“I Buddenbrook” sarà quindi MEMORABILE per alcune sue caratteristiche: le dentature dei personaggi come status della loro salute; la scena di Johann (il figlio del console) che manda via i rivoltosi; l’epifania di Thomas, leggendo un volume di Schopenhauer, sullo scontro tra la vita e la morte e il ruolo della religione; l’ansia enorme di una giornata tipica del piccolo Hanno e specialmente l’ilarità della lezione di inglese; gli appetitosi e sontuosi pranzi della famiglia, a cui sogneremmo di essere invitati almeno una volta; i personaggi “macchiette” e i loro tratti distintivi (non potremo più scordarci dei “favoriti” del signor Gurlich, per esempio, o del dialetto del signor Permaneder); infine il confronto sulle diverse traduzioni esistenti.
A tal proposito, noi suggeriamo unanimi di leggere l’edizione Garzanti, non perché sia più affidabile o più precisa di altre (lungi da noi fare questo confronto), bensì perché è più “colorita”… Capirete il perché ;)

Re: Il bassotto e la Regina - Melania G. Mazzucco

Non sapevamo bene cosa aspettarci, da questo breve racconto di Melania Mazzucco, autrice italiana che ama spaziare tra diversi generi (dalla narrativa corale e contemporanea di "Un giorno perfetto" a “L’architettrice”, ultimo romanzo storico pubblicato il mese scorso).
La trama sulla quarta di copertina ci ha un po’ tratto in inganno: pensavamo fosse una storia di Natale, invece la notte della Vigilia è solo il momento di inizio; stavamo già tifando la storia d’amore tra Platone, il bassotto protagonista, e la Regina, una levriera magnifica, ma ci siamo resi presto conto che il loro legame non era assolutamente la questione principale. Infatti un partecipante del gruppo l’ha poeticamente definito “un fiocco di neve: leggero da leggere ma complicato per la struttura, che si dirama simmetricamente in tutte le direzioni”. In fin dei conti “Il bassotto e la Regina” è pubblicato in una collana per adulti, non per bambini; ci si può soffermare alla superficie oppure immergersi a diversi livelli di profondità, una profondità misurata forse in empatia, ma anche in volontà di trovare un parallelismo e una chiave di lettura con la realtà.
(Ci tengo a sottolineare che non voglio insinuare che chi si è fermato ai primi livelli manchi di sensibilità, anzi, sarebbe persino un’autocritica. Come è venuto fuori durante l’incontro, la lettura è un atto che si fa da soli ma non in isolamento: è influenzata dal nostro carattere e dalle nostre attitudini, dalle nostre professioni e dalle nostre passioni, e anche da quello che ci succede nei giorni precedenti, correnti e pure successivi! In alcuni periodi si è più ricettivi ed empatici, in altri un po’ meno, oppure si preferisce notare altri aspetti. Per fortuna c’è il GdL dove discuterne tutti assieme ;) )
La storia del bassotto e della Regina può essere vista come un “Walt Disney all’italiana”, infatti ad alcuni ha ricordato “Lilli e il Vagabondo”; tuttavia è molto più crudele e crudo. Il maltrattamento degli animali e l’uccisione della Signora Leo (la tartaruga anziana che ha rammentato “Aldabra” di Silvana Gandolfi), per alcuni sono stati dei pugni nello stomaco. L’importazione illegale e la detenzione raccapricciante degli animali in una cantina, ammassati e stremati, hanno ricordato a una partecipante l’attualissima vicenda dei migranti nel Mar Mediterraneo, che inseguono finte promesse e finiscono i loro sogni in fondo al mare. Anche un'altra partecipante, commossa, ha fatto lo stesso collegamento, e per lei questa storia, seppur non ambientata a Natale, è comunque estremamente natalizia: il senso infatti è ricordare chi è meno fortunato.
Tuttavia anche per questo libro non sono mancate osservazioni critiche. Per qualcuno è stato “scivoloso”, zeppo di luoghi comuni: la tartaruga anziana e saggia; Regina che si innamora di un cane stronzo che non la guarda di striscio; il Tatuato l’antagonista che poi si redime; il padrone di Platone, Yuri, che si innamora di una ragazza straniera non accettata dalla madre un po’ snob. Tanti, troppi, temi differenti mischiati come in un kit di torte già pronte, dice un'altra partecipante, a cui aggiungere “due uova di quotidianità”.
In ogni caso, il personaggio del Bassotto, nella sua semplicità e dolcezza, con la sua filosofia ha colpito un po’ tutti. Qualcuno si domandava: può essere che anche gli animali siano in evoluzione, non da un punto di vista biologico ma spiritualmente parlando? Melania G. Mazzucco l’ha sicuramente idealizzato e reso molto più umano, tramite il dono della voce, la capacità di pensare e soprattutto di cantare, componendo versi struggenti come “La ballata di Laika”. Platone ci ha insegnato a non mollare e ad abbaiare più forte, a farci sentire per rimanere fedeli ai nostri ideali e per salvare i nostri cari, se serve anche rischiando la pelle. L’amore per i più deboli, l’affetto per i nostri cari, il calore e il supporto di una famiglia: effettivamente, non è il senso del Natale?

PS - Un consiglio da un membro del gruppo: per la serie “don’t try this at home”, non lasciare che due pitbull maschi vivano assieme oltre l’anno e mezzo di vita (al contrario di come succede nella storia), altrimenti si azzufferanno per determinare chi sia il più forte.

D'amore e ombra - Isabel Allende

Recensione a cura di Rachele Baresi

Il romanzo, ambientato in Cile, ai tempi della dittatura militare di Pinochet, offre diversi piani di lettura: la storia d’amore maturata tra Irene e Francisco, il tema dell’esilio (caro all’autrice), la vicenda storica del regime, il comportamento della chiesa in Sudamerica.
Un romanzo avvincente per le tematiche affrontate e per l’emergere di figure femminili particolari; un ritratto dell’umanità che partendo da una vicenda personale e delicata (l’amore tra i due giovani) sposta l’attenzione sulla necessità della democrazia; una storia d’amore stucchevole e forse fin troppo prevedibile, che però si intreccia a fatti storici che rendono il romanzo coinvolgente ed emozionante; di straordinaria e inquietante attualità, evidenzia quanto l’umanità non riesca a fare memoria del passato per evitare il ripetersi degli errori; un romanzo bifronte, nel quale si contrappongono l’amore imposto all’amore vero, lo stato sociale, rappresentante il disordine, all’ordine della dittatura.
Dopo un inizio rallentato dai numerosi flashback, atti a delineare, fin troppo dettagliatamente,le famiglie da cui provengono i principali personaggi, la vicenda prende vita e si snoda fino all’episodio della miniera, punto culmine del romanzo; infatti, dopo la sconvolgente scoperta della fossa comune, i protagonisti del romanzo sono chiamati ad una presa di coscienza della realtà, consapevoli che nulla sarà più come prima, una strada in salita, contro un nemico, “il Generale”, che appare sempre chiuso nel suo bunker, a dettare ordini a distanza.
I personaggi che ci hanno più colpito:
Irene, giornalista d’inchiesta, intraprendente e talvolta avventata, nel corso della vicenda si assiste alla sua maturazione sentimentale, segnata dal passaggio dall’amore infantile e imposto da motivi sociali per Gustavo, all’amore maturo e disincantato per Francisco.
Josefina, ospite della casa di riposo, La Volontà di Dio, coinvolta da Irene per nascondere i nastri contenenti le registrazioni trova un nuovo scopo di vita.
Gustavo, da fermo sostenitore del regime a vittima dello stesso, pagherà con la vita la sua sete di verità.
Mario, il parrucchiere, dietro una maschera di superficialità e apparenza, si scopre un cuore puro, teso alla giustizia sociale e rivolto agli oppressi del regime.
Arriviamo quindi a parlare delle Evangeline, partendo dal significato etimologico del nome: Buona Novella, può costituire il segno della sopravvivenza della speranza di verità anche in un regime totalitario; alle trance di Evangelina Ranquileo abbiamo trovato 3 spiegazioni: la prima potrebbe essere la richiesta dell’autrice ad aderire a un mondo fantastico, la seconda possibilità potrebbe essere evidenziare la vulnerabilità di un popolo che si lascia suggestionare dalla manifestazione di una malattia mentale non spiegabile, la terza ipotesi riguarda l’accenno al mondo magico degli spiriti, presente nelle tradizioni sudamericane.
Secondo noi la vicenda dello scambio delle Evangeline può essere interpretata come simbolo di una repressione operata dal Regime e la sua accettazione da parte delle famiglie come indice di rassegnazione, in attesa che la giustizia faccia il suo corso; non a caso sarà Evangelina Flores a dare la voce alle vittime ritrovate nella miniera.
In definitiva un libro da suggerire, per scuotere le coscienze e risvegliare il desiderio autentico di democrazia.

La rivoluzione della luna - Andrea Camilleri

Nun jè stata 'na passiggiata, affrontare "La rivoluzione della Luna", chistu romanzo storico du defunto Camilleri.
Qualcuno du gruppu l'avi definito ostico pri la difficoltà di la lingua, e puri navutra, ri origini meridionali, avi attruvatu 'n dialettu chi confliggeva, chinu ri termini arcaici. Purtroppo alcuni u hannu abbandonato, per altri riuscire a finire "u 'contu", u racconto ispirato a fatti reali storici, era diventata pirò 'na questione d'onore.
Jè comu iri pi muntagna, anzi, supra 'n vulcano comu a nostra Idda, l'Etna: jè faticoso, ma i molteplici nature e specie sunnu talmente sorprendenti e inaspettate, chi a curiosità sali ri metro duoppu metro, pàggina duoppu pàggina, e u ciatu si fa da sulu, si abitua a li parti cchiù pi acchianata. A sorpresa jè stata provvidenziale, accussì comu u gruppu ri lettura, picchì da sulu nun avremmo mai lìettu 'n libbru tale, comu i migliori avventure ri trekking pi cui da soli mancu si parti. U Maestro ci avi guidato cu u suo dialettu e a so' vuci, chi qualcuno macari s'avissa elencare a lista di la spesa.
'n vulcano, 'n cratere ribollente: ecco l'arrivo ri Donna Eleonora a pàggina 33. Idda accende tutta a storia, rende a lettura intrigante, gustosa e saporita. Eleonora jè u magma incandescente di la storia: incanta, si fa rispettare, 'n passo a la vùota riscalda tuttu, pi vendicare u maritu mortu ma restando fedele ai suoi principi. A fìmmina tipica ri Andrea Camilleri è: gelida e ardente allo stissu tempu, mora, altera, battagliera. All'avanguardia e lungimirante, a apprima fìmmina Viceré jè talmente apprezzata chi macari duoppu u suo ciclo lunare ri regnu i suoi provvedimenti nun venunu annullati.
Camilleri ci accompagna pi chista escursione rintra a storia di la Sicilia, scialandoci e rendendo fatti scabrosi macari divertenti. Jè riuscito a contarcela supra, a nuatri seduti attorno o focu ri Eleonora, apprima scettici e pi difficoltà e poi ipnotizzati dalle fiamme. E quannu u focu s'è astutatu e a storia jè finita, arristamu vogliosi ri sentirne altre (u gruppu consiglia "Il re di Girgenti").
Pi furtuna u Maestro ci ni avi lasciate tanti, iddu chi sapìddu unni era riuscito a scovarle.
Fu quinni un’escursione chi jè valsa a pena fari? M*****a, sè!

Signoramia - Elena Dallorso, Francesco Nicchiarelli

La storia (non riesco a chiamare "romanzo" questa raccolta di e-mail e messaggi su WhatsApp) è leggera, carina e appetitosa, grazie soprattutto alla marea di ricette descritte nei più piccoli dettagli. Il libro si legge volentieri in due-tre ore, proprio per via dell'assenza totale di descrizioni e narrazioni. I personaggi sono abbastanza caratterizzati: li si riesce a inquadrare attraverso le risposte dei loro interlocutori; tuttavia sono alquanto stereotipati, perciò immaginarli non è difficile.
Non mi ha lasciato molto (a parte la fame), forse un pochino di curiosità. Ogni tanto ci vuole un racconto non impegnativo: mi è sembrato di guardare una commedia senza troppe pretese, che strappa comunque qualche sorriso.
Quindi come mai ho dato solo due stelle? Appunto perché non è un romanzo vero e proprio e perché l'idea non è nuova, basti pensare a "Le ho mai raccontato del vento del nord?", a "C'è posta per te", etc. L'originalità starebbe forse nelle ricette? Non saprei.
Ho apprezzato comunque molto le cinque leggi della nonna Wanda nell'appendice alla fine.

Bellissimo - Massimo Cuomo

Le aspettative erano molto alte.
Ho acquistato "Bellissimo" poco dopo la sua uscita a scatola chiusa, quasi senza leggerne la trama, essenzialmente perché l'opera precedente dell'autore mi aveva lasciata, sintonizzata al titolo, "senza parole". Ciononostante, non sono riuscita ad aprirlo e cominciarlo subito, proprio a causa delle speranze che vi ponevo: mi dicevo che non era il momento per quel libro, che ne avevo una pila altissima sul comodino a cui dare la precedenza, ma la realtà è che avevo troppo timore di rimanere, per qualche motivo, delusa. Ecco che quindi ho preferito restare nell’indeterminatezza, lasciando il volume a riposare nella libreria, ogni tanto spostandolo e dicendomi che gli avrei concesso presto l'occasione di mostrarmi che le mie paure erano infondate. Però c’è un motivo se gli scrittori preferiti hanno quel merito. Complice una vacanza in montagna in un posto meraviglioso, ho rotto gli indugi ed è stato sufficiente il primo capitolo per farle svanire tutte, quelle paure, soffiate via dal sussurro leggero di Maria Serrano.

“Lo sei anche tu”, bellissimo: Miguel, Santiago, il Messico; il libro, di nome e di fatto.

Esistono diverse forme di amore. “Bellissimo” offre in primis quella della relazione tra due fratelli, Santiago e Miguel, che crescono a Mérida, capitale dello Yucatán. Il romanzo comincia proprio con la nascita di Miguel: splendido, graziato, adorato.

“Si mette in piedi e ha un pastello blu nella mano. Fa i passi che servono per arrivare al tavolo, avvicina la faccia alla faccia del bambino, lo annusa. Poi gli tocca la punta del naso con un dito. Si incontrano così, i fratelli Moya, senza che nessuno li veda. E in quel contatto Santiago si accorge che non sono poi tanto diversi. Col pastello blu disegna un piccolo neo sulla guancia del fratello che per reazione, forse per solletico, ritorna a produrre un sorriso.” - Pag. 28

Prevedibilmente Santiago ne risente: in fondo è un bambino anche lui, abbastanza grande da cogliere i comportamenti diversi della gente comune, dei vicini, dei genitori stessi, ma ancora troppo piccolo per poter comprendere le innumerevoli sfumature dell’animo umano, quel complicato equilibrio tra sensazioni e razionalità. E si sforzerà, a combattere una battaglia interiore per anni, tra l’ammirazione e la gelosia, tra il senso di protezione per il fratello e quello per sé stesso; un bozzolo che potrà rompersi, evolversi e realizzarsi solo al momento giusto.

“«Ho bisogno che mi presti dei soldi» dice Miguel.
«Per fare cosa?»
«Per riparare la macchina del nonno».
«La macchina? E perché?».
«Devo partire…».
Miguel non sa dove andare, ma sente il bisogno di andare. Il bisogno di mettere qualche chilometro fra sé e Mérida, per scoprire se è Mérida, se è Rosita Romeo, il posto in cui stare.” - Pag. 119

Anche lo splendido Miguel non si sente così appagato dalla sua vita dai contorni perfetti, venerato com’è dai suoi concittadini, acclamato e desiderato dalle donne, un talento naturale come venditore. Dentro, oltre al sangue, i due fratelli condividono più di quanto credano: la disperata ricerca di sé, la definizione di un proprio ruolo non dettato dalle etichette e dalla società ma sorto dalla propria indole. Per far ciò si supporteranno, si ostacoleranno, si daranno le mani per stringerle o per tirare pugni, si eviteranno e si affanneranno per ritrovarsi.

I protagonisti principali sono loro; si prendono il giusto spazio nelle pagine ma si riesce a caratterizzarli pienamente solo attraverso la saggezza della madre Maria Serrano e le ambizioni del padre Vicente Moya, tramite il loro di amore, per poi passare agli occhi sognanti di Rosita e Soledad, ballando sulle note di “Jarabe Tapatío”, la canzone preferita del nonno Hermenegildo.
Sullo sfondo vi sono Mérida e lo Yucatán, l’eco dei romanzi sudamericani, il calore del Messico, i toni suadenti della lingua spagnola, molto presente nelle pagine del romanzo però assolutamente non di ostacolo alla lettura, grazie a un breve glossario in fondo e soprattutto alla maestria nello scrivere.
Già, perché lo stile del romanzo è incantante, raffinato, poetico. Non c’è una frase scontata, non c’è un personaggio introdotto tanto per: ogni immagine evocata è lì per uno scopo preciso; ogni aspetto è curato; ogni parola può servire immediatamente o spiccare il volo più avanti. Ecco l’amore per il lessico, per la struttura dei periodi, per la musicalità delle singole sillabe.

“E lui adesso ha le ali, sente di averle e di poter volare lontano. Gli sono nate in un istante preciso: sono spuntate quando ha deciso di partire da Mérida e andare a cercare suo fratello. Adesso è certo che lo troverà, troverà Miguel, come le Monarca trovano questo posto nel mondo ogni tre generazioni per una specie di miracolo.” - Pag. 243

Personalmente ho sempre avuto più difficoltà con i romanzi scritti al tempo presente; forse costruire nella mia mente la scena è più facile seguendo gli imperfetti e i passati remoti, lasciandomi guidare da azioni compiute o che stavano accadendo in un certo momento finito. Pochissimi libri al presente non hanno frenato la mia lettura; con "Bellissimo" e "Piccola osteria senza parole" questo non è mai successo, e il merito va solo all’autore.
Quando uscirà il prossimo romanzo, stavolta i miei timori li spedirò subito in vacanza nello Yucatan.

Re: Canto della pianura - Kent Haruf

La recensione dell'incontro de "I MiseraLibri", di Rachele Baresi.

Basta sfogliare le prime pagine del "Canto della Pianura" per trovarci trasportati per le strade di Holt, ed essere invitati, dalle essenziali descrizioni dell'Autore, nelle case dei protagonisti: Tom Guthrie, insegnante di Storia Americana, lasciato dalla moglie,che tenta di trovare un nuovo equilibrio tra la gestione dei figli, il lavoro e uno studente irrispettosamente prepotente; i suoi figli Ike e Bobby, impegnati a diventare grandi, dopo l'abbandono della madre; Vittoria Roubideaux, incinta a 17 anni e, per questo motivo, cacciata di casa dalla madre; Maggie Jones, insegnante risoluta e convincente, sempre pronta a dare una mano; Harold e Raymond McPheron, anziani scapoli che accolgono Victoria nella loro fattoria fuori città.
Storie di solitudine, di microcosmi a caccia di legami, storie in cui l'abbandono, comune punto di partenza, segna l'inizio di una nuova avventura, colma di speranza e conforto.
Ne risulta un romanzo sincero per come l'autore lascia la parola ai suoi personaggi, delicato e vero per come vengono affrontate alcune tematiche in maniera chiara e non esasperante, familiare per la capacità evocativa degli eventi narrati. Emerge la natura degli abitanti di queste sterminate praterie, l'assenza di legami di parentela, il connaturato istinto di sopravvivenza alle avversità.

In Patagonia - Bruce Chatwin

"La Patagonia! È un'amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un'ammaliatrice!"

Purtroppo l'incantesimo questa volta ha funzionato su pochi de I MiseraLibri (GdL di Chiari), colpendo soprattutto una partecipante che l'ha trovato denso e appassionante, difendendolo appassionatamente. Un'altra al momento dell'incontro non l'aveva ancora terminato, però ne ha apprezzato il suo essere fotografico, paragonabile a un reportage: i tantissimi episodi narrati da Chatwin vanno in effetti affrontati come un vecchio album per essere ben digeriti, ogni istantanea con la sua storia da raccontare, i particolari lasciati da interpretare al lettore/testimone. C'è chi infatti l'ha definito evocativo e frammentato (in senso positivo), mentre la discontinuità nelle storie e nella qualità della narrazione è stata indice di mediocrità nella scrittura, secondo qualcun altro.
Gli elementi per scrivere un grande libro erano tutti presenti: paesaggi pazzeschi, un antenato di cui seguire le tracce, resti di milodonti da ricercare, esuli di decine di nazionalità diverse da far parlare e ascoltare, i fantasmi di navigatori, re, banditi del passato aleggianti in tutto il territorio. Tuttavia è mancata l'empatia con lo scrittore, sottolinea un membro del gruppo: l'autore si è abbastanza limitato a esporre i fatti con lo stesso tono di un'enciclopedia; qualcuno ha concluso la lettura sentendosi quasi forzato.

Eppure questo libro ha il merito di aver rivoluzionato il modo di viaggiare, di partire e lasciarsi guidare dal "Dio dei Viandanti. Se si cammina con abbastanza energia, probabilmente non si ha bisogno di nessun altro Dio". Chatwin viene associato spesso anche al famosissimo taccuino nero della Moleskine, su cui appuntava tutte le impressioni, dati e racconti dei suoi viaggi, prima di rielaborarli.

"Chi percorre il deserto scopre in sé stesso una calma primitiva che forse è la stessa cosa della pace di Dio."
Ecco forse il segreto per apprezzare di più il suo scritto: la calma. Lentamente, una fotografia alla volta, lasciare vagare la curiosità e la creatività, grati per gli input di approfondimenti donatici dall'autore, percependo quella sensazione di positiva ignoranza che ci spinge sempre a voler sapere di più, senza mai smettere di imparare.

Re: La verità sul caso Harry Quebert - Joel Dicker

La verità su "La verità sul caso Harry Quebert"?
Pubblico Vostro onore, le accuse mosse, durante l'incontro del Gruppo di Lettura di Chiari venerdì 05 luglio, sono state pesanti: ammettiamo che molti di noi non hanno lasciato scampo al libro e a quel furbastro di Joël Dicker, massacrandolo su più fronti e cercando di smontare ogni sua giustificazione.

L'imputato è stato infatti criticato per le numerose ripetizioni, i troppi colpi di scena, per aver coinvolto e poi deluso i lettori, per avere abusato di dialoghi banali da soap opera e di aver evitato di descrivere molti luoghi e tratteggiare meglio i personaggi.
Il libro è chiuso e mortale, farraginoso, irritante per Giusy e una "N-O-I-A", per molti partecipanti. Sicuramente lo scrittore dovrebbe essere sottoposto a una perizia psicologica per analizzare un complesso di Edipo mai risolto: tutte le madri del romanzo mostrano caratteristiche inquietanti. È una storia ibrida, come la definisce un altro partecipante, in quanto non è un solo un giallo, non è solo un thriller, ma si ferma alla superficie di tante tematiche senza mai approfondirle.

Eppure ci sono state anche alcune prove a supporto di Joël Dicker: è stato in grado di guarire più partecipanti dalla grave malattia del "blocco del lettore", come testimoniano due partecipanti. Senza voler cercare a tutti i costi un senso profondo, le vicende di Marcus e Harry sono avvincenti e intriganti. Un'altra persona sottolinea quanto sia amicale, mentre una giovane ipotizza quanto lo stile dell'autore possa dipendere dalla sua giovane età e dal periodo in cui ha vissuto, quando l'intrattenimento è ormai diventato sinonimo anche di serie tv e streaming on demand, quindi perché non scrivere un libro verso questa direzione? Ecco perché alcune scelte narrative, il testo come una sceneggiatura e i tanti cliffhanger, possono aver trovato posto così facilmente.
Inoltre abbiamo raggiunto il minimo storico, in più di due anni di incontri, dell'età dei partecipanti, grazie a due giovanissime lettrici quindicenni che hanno raccontato di come hanno divorato il romanzo, senza aver visto la serie tv e seppur inizialmente spaventate dalla mole delle settecento pagine.
Non si può ignorare infine il vasto successo che ha avuto e ha, questo longseller, pubblicato nel 2012 e ancora in cima alle classifiche; soltanto di recente ciò si può imputare all'interpretazione di Patrick Dempsey nell'omonima serie tv di Sky.

Quindi come li reputiamo, Joël Dicker e il suo romanzo?
Vi ho esposto i fatti, pubblico Vostro onore; a voi ora la sentenza.

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