Alice Raffaele

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Re: Non tutti i bastardi sono di Vienna - Andrea Molesini

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

Quali sono le ragioni della guerra? Come si vive durante un’occupazione? E dove finiscono i propri principi, lasciando spazio solo ai propri doveri? Ce lo siamo chiesto durante l’incontro di venerdì 06 maggio, per discutere “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di Andrea Molesini.

“Diambarne de l’ostia!” (cit.), questo libro è stato abbastanza divisivo per i partecipanti. Da una parte c’è chi l’ha trovato commovente e malinconico. Attraverso il suo essere una storia familiare, qualche partecipante ha rivissuto i ricordi dei propri nonni. Secondo alcuni il libro è vivo e completo perché contiene tutte le tematiche per poter interessare un lettore: dalle vicende politiche ai legami e drammi familiari; dai tumulti in amore del protagonista in formazione alle storie di spionaggio e comunicazioni cifrate. Le frasi in dialetto, generalmente pronunciate dalla cuoca Teresa, danno al romanzo persino una nota divertente. Il libro descrive la lentezza della quotidianità durante la guerra e comunque riesce a essere coinvolgente, offrendo per alcuni anche momenti di altissima poesia.
Dall’altra parte, in netta contrapposizione, ad altri partecipanti il libro è sembrato una minestra lunga e sciapa, troppo lento nel suo svolgimento. Per qualcuno la lettura è stata altalenante: promettente all’inizio e poi moscia. Ciò ha reso difficile empatizzare con i personaggi, anche se questi sono ben caratterizzati. Anche la sottoscritta ha faticato a procedere nella lettura e a terminarla, riconoscendo sì alcuni ingredienti di qualità (quali lo stile di scrittura e alcune frasi brillanti) ma definendo il risultato finale poco più che sufficiente. Un'altra partecipante ha rilevato che “Non tutti i bastardi sono di Vienna” è un libro molto di “olfatto”, dove l’odore dell’umanità è fortemente marcato e presente in tutte le pagine; nonostante ciò, la narrazione non cattura. In alcuni momenti è sembrato che l’autore adottasse un atteggiamento un po’ classista, giustificando di più i comportamenti e le azioni di alcune classi sociali (come quella del barone o della famiglia Spada) invece che di altre (come quella dei contadini). Una partecipante l’ha etichettato un “racconto di miseria”. In generale si è concordato che il libro sia molto filmico anche nel proporre un finale un po’ improbabile nella realtà.

È stato innegabile comunque che il pensiero andasse ai conflitti che sono in corso nei giorni nostri. In questo, “Non tutti i bastardi sono di Vienna” è tristemente attuale, descrivendo l’invasione e l’occupazione prima tedesca e poi austriaca, così come la forzata convivenza e il protrarsi a lungo della guerra. Molesini è riuscito a dare bene l’idea del contatto che c’era, tra persone di fazioni opposte, quando i paesi e le case venivano assaliti, invasi, conquistati, e le guerre si combattevano sul posto, meno a distanza di oggi e senza ricorrere ad armi pesanti e a lungo raggio. Ci ha riportato nel secolo scorso, quando i sentimenti espressi erano ancora intiepiditi dal pudore e dalle convenzioni, però alimentavano lo stesso gli animi.

C'eravamo tanto amati - Bruno Vespa

Uno zibaldone di fatti, vicende e ricordi, con uno sguardo nostalgico e malinconico rivolto al passato e al tempo che fu, per tentare di riflettere sul degrado dell'Italia dei nostri giorni, rispetto a quella di inizio Novecento.
Idea buona, svolgimento approfondito ma a malapena sufficiente, perché manca una vera e propria tesi da portare avanti e supportare con le fonti e i riferimenti bibliografici.

Niente di vero - Veronica Raimo

"Niente di vero" inizialmente mi ha fatto sorridere, con le sue frasi ironiche, gli aneddoti esagerati e la voce senza peli sulla lingua dell'autrice. Ma già a pagina cinquanta ho iniziato a soffrire la lettura, non trovando altro nel testo se non questi tre aspetti e un quarto: l'assenza di qualcosa che andasse più in là dei singoli episodi, una trama, un progetto, una motivazione. Da quel punto in poi, è stato comunque interessante leggere ciò che è praticamente un mero esercizio stilistico (un po' narcisistico, come in altri libri di autofiction); tuttavia la noia e la sensazione che fossero propinate solo "balle" hanno preso il sopravvento. È come quell'amico che sai che ti racconta solo storie di fantasia, dove magari c'è un fondo di verità ma il resto è tutto inventato di sana pianta, per conquistare il pubblico che lo ascolta. E invece, così facendo, protraendosi troppo, lo stufa.
La cosa principale che fa Veronica Raimo la conferma lei stessa verso la fine del libro - come se noi ancora non l'avessimo compreso - scrivendo quanto segue:

"La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo."

E anche:

"Le velleità di solito servono a ingannare sé stessi, mentre io volevo ingannare gli altri. [...] Abbiamo sempre manipolato la verità come se fosse un esercizio di stile, l'espressione più completa della nostra identità."

È davvero questa l'espressione più completa della nostra identità?
Rimarrebbe da scoprire se, oltre a volerci prendere in giro e mostrarci la sua bravura a scrivere, volesse farci riflettere su questo. Ma non credo.

Sono il numero 1 - Anna Cerasoli

Chi di voi sa che “calcolo”, etimologicamente parlando, vuol dire “sassolino”? Infatti, gli uomini primitivi usavano pietre e ciottoli per rappresentare e contare delle quantità.

Passando per l’invenzione dell’abaco e per quella delle dieci cifre per considerare “sassi” di diverso valore in base al loro posizionamento, la scrittrice e divulgatrice scientifica Anna Cerasoli presenta a piccoli e grandi il mondo dei numeri e della matematica. Attraverso la storia di un alunno di terza elementare e una nuova maestra di matematica all’inizio dell’anno scolastico, vengono illustrati aspetti della matematica che si possono ritrovare nella quotidianità e nella vita reale. Perché “sapere se un numero è pari non serve solo a dividere le caramelle”.

Questi esempi di applicazioni sono perfettamente comprensibili a bambine e bambini dagli otto anni in su. Per esempio, quali lettere si potrebbero scrivere o ricamare “senza interruzioni”, senza mai ripassare due volte per lo stesso tratto? Ecco lo spunto per introdurre i grafi euleriani:

“Nel disegno possono esserci due punti dispari, ma devono essere soltanto due: sono quelli in cui il ricamo inizia e finisce.”

Con un stile molto chiaro e semplice, Anna Cerasoli riesce a introdurre i concetti di vertici o nodi, lati, grafi e i diagrammi ad albero; riesce ad anticipare l’argomento dei numeri negativi e dei numeri opposti, e persino quello delle operazioni delle potenze e del potenziale, con la scusa di dover quantificare le possibili disposizioni di tre bambini su tre banchi diversi.

Inoltre, il testo è corredato da tantissime “furbate”, ovvero trucchetti di calcolo mentale per giungere ai risultati in maniera più veloce.

“Non avevo mai pensato che senza i nostri numeri non saremmo mai andati sulla Luna! E nemmeno potremmo andare in treno o in aereo, né avere le automobili o i grattacieli o i computer e le playstation.”

Alabarde alabarde - Josè Saramago

RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

Si può finire un libro incompiuto? Di leggere, forse sì, però di immaginare come avrebbe potuto continuare, mi sa di no.

Durante le due ore dell’ultimo incontro del nostro gruppo di lettura, abbiamo sviscerato diverse teorie sul prosieguo di “Alabarde alabarde”, l’ultimo romanzo di José Saramago rimasto interrotto dopo soli tre capitoli. Già così, però, il libro risulta molto promettente. Le figure principali risultano delineate, anche se a qualcuno è parso più di vedere un trailer di un film, dove qualcosa è sì stato anticipato ma qualcos’altro risulta buttato lì quasi per caso.
Qualcun altro, non sapendo che il libro fosse solo abbozzato, è rimasto dispiaciuto dalla brevità del testo. Nonostante ciò, la lettura non è stata per tutti veloce. Lo stile peculiare di Saramago, etichettato come registico, non ha mancato di spiazzare tutti i partecipanti, alcuni in positivo e altri in negativo. Spesso i periodi lunghi e la punteggiatura ridotta al minimo possono richiedere di dover ritornare su alcuni passaggi, rallentando la lettura. Per esempio, Saramago non esplicita mai chi sta parlando in un dialogo; tuttavia, rileggendo, si sa benissimo chi è che sta dicendo cosa, e ciò è sorprendente.

Il protagonista, Artur Paz Semedo, è un uomo “piccolo piccolo”. Lavora per una fabbrica d’armi, la Produzioni Bellona S.A., e ha una visione del mondo sostanzialmente ristretta al realizzarsi professionalmente e alla sua passione per le armi stesse. Non è un personaggio cattivo di per sé; sembra cercare di fare del suo meglio, ma non ha consapevolezza alcuna delle possibili conseguenze del suo lavoro; è limitato alla sua gerarchia e alle sue procedure. Tuttavia, quando viene a conoscenza di un episodio di sabotaggio d’armi da parte degli stessi operai che le avevano prodotte, sorge in lui i germi di alcune domande che vediamo crescere pian piano: per quali scopi vengono utilizzati i prodotti delle fabbriche d’armi? Hanno fatto bene o male quegli operai a ribellarsi e agire contro gli interessi della propria azienda? Questi tarli sono nutriti dalle parole dell'ex-moglie Felícia, una pacifista convinta, assieme forse anche all'ambizione di migliorare la propria posizione. Essi conducono Artur a chiedere al suo datore di lavoro il permesso di investigare tra gli archivi della Produzioni Bellona S.A., per individuare altri eventuali episodi di ribellioni, sabotaggi e scioperi di dipendenti di fabbriche d’armi. Il tema di fondo che voleva approfondire Saramago era proprio quello dell’etica, dell’uso delle armi, e dei comportamenti umani. A partire da un singolo fatto di cronaca, Saramago ha iniziato a sviluppare un’idea intrigante, il cui obiettivo principale non è tanto quello di ottenere una storia verosimile – e infatti qualcuno ha definito “Alabarde alabarde” un po’ fantasioso – ma più di indurre riflessioni morali e filosofiche. Non è tanto da Saramago raccontare favole. Piuttosto preferisce andare a esplorare argomenti che potrebbero anche essere disturbanti. “Alabarde alabarde” porta anche a discutere dell’(in)utilità della guerra. È un romanzo purtroppo molto attuale e che risulta pure provocatorio. È inevitabile per esempio pensare al recentissimo conflitto in Ucraina o alle altre guerre che si stanno combattendo ai giorni nostri, oppure anche fare riferimento al delirio che c’è da anni negli Stati Uniti per le armi.

Come sarebbe proseguita la storia, se Saramago avesse avuto l’opportunità di continuarla e terminarla con quel “Vai a cagare!” che aveva già determinato?
Morendo, l’autore ha inconsapevolmente permesso a noi lettori di concludere questo romanzo. In questo sistema dove poche variabili sono state fissate, a ognuno di noi rimangono molti gradi di libertà per individuare una propria interpretazione, prendendo spunto dalla trama e dalle poche pagine dei taccuini, allegati in fondo al testo e molto interessanti. Ognuno di noi aveva in mente un proprio sviluppo della storia e dei personaggi, che avrebbero potuto evolvere in positivo o in negativo, oppure rimanere anche in uno stallo. Ciò che abbiamo potuto fare è stato confrontare queste diverse ipotesi, confutandole e discutendole ma senza poterle effettivamente verificare. Tutte, però, erano della stessa natura e rispondevano a una questione più grande. Nel suo essere cinicamente realista e realisticamente cinico, Saramago ci ha offerto infatti questo spunto: quali sono i confini del proprio senso del dovere e del proprio senso di responsabilità personale? Dove finisce uno inizia l’altro? Oppure è inevitabile che debbano per alcuni aspetti sovrapporsi e coincidere? In questo senso, “Alabarde alabarde” è un romanzo doppiamente stimolante, perché ci consente di lavorare su tantissimi livelli di lettura.

Infine, una nota sulla postfazione, a cura di Roberto Saviano, presente nelle edizioni che abbiamo letto (Feltrinelli 2014 e 2016). Pur riconoscendo i collegamenti effettuati e le questioni di natura etica poste dallo scrittore italiano, buona parte dei partecipanti ha trovato questo saggio finale un po’ ridondante e ripetitivo, di lunghezza quasi eccessiva rispetto a quella dei tre capitoli di “Alabarde alabarde”; avrebbe potuto benissimo essere corto la metà. Che ciò sia stato fatto anche per motivi più commerciali, perché provare a vendere un libro con meno di cinquanta pagine sarebbe stato difficile, o per non abbassare troppo il prezzo del volume? Non possiamo dirlo. Però, secondo noi, pur nella loro incompletezza, le parole del Premio Nobel per la Letteratura sarebbero state più che apprezzate lo stesso.

Re: Oliva Denaro - Viola Ardone

Cara Clelia, mi fa molto piacere saperlo! E ancor più che anche lei abbia apprezzato il romanzo. Grazie!
È un vero peccato, secondo me, che “Oliva Denaro” non sia nella dozzina dei candidati al Premio Strega di quest'anno.

La memoria rende liberi - Enrico Mentana, Liliana Segre

“Ricordo di aver visto il capo del campo buttare la pistola per terra. Era un uomo terribile, crudele, che picchiava selvaggiamente le prigioniere, e in quel momento una parte di me avrebbe voluto raccogliere la pistola e ucciderlo. Fu un istante di vertigine, durante il quale mi sembrò che si fossero invertite le parti: forte io e debole lui. Guardavo l'arma, feci per prenderla convinta di potergli sparare, sicura che ne sarei stata capace. La vendetta mi sembrava a portata di mano. Ma di colpo capii che non avrei mai potuto farlo, che non avrei mai saputo ammazzare nessuno. Questo fu l'attimo straordinario che dimostrò la differenza tra me e il mio assassino. E da quel preciso istante fui libera. Veramente libera, perché ebbi la certezza di non essere come lui, di essere un'altra cosa: era un'altra l'etica che avevo imparato dalla mia famiglia, l'etica del rispetto, una cultura di vita, non di morte.” – Pag. 144

Anche se magari conoscete già - o pensate di conoscere - molti dettagli della storia e del vissuto di Liliana Segre, è sempre importante e doveroso rileggerli, rifletterci ancora, per non lasciare che la memoria si appanni e diventi poco vivida, sfocata, approssimata, rischiando di trasformarsi in qualcos'altro che non è la verità.
Liliana Segre è una donna che non ha mai smesso di interrogarsi e di evolversi. La sua memoria è qualcosa di prezioso che dovremmo conservare, custodire, tramandare, per educare. Ripercorrere i suoi ricordi attraverso la sua voce andrebbe fatto regolarmente (non solo quando si avvicina il 27 gennaio).

Una vita da libraio - Shaun Bythell

RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

Venerdì 04 marzo 2022
Partecipanti in presenza: 14
Partecipanti online: 2
Non hanno finito il libro: almeno 7

Stasera c’è stato un nuovo incontro dei MiseraLibri per discutere l’ultimo libro letto, “Una vita da libraio” di Shaun Bythell. Questo mese festeggiamo anche i cinque anni del gruppo di lettura (auguri gruppo!) e, per questo motivo, abbiamo scelto come tema “libri sui libri”.
La “sala ovale” del Comune di Chiari (così come la chiama il direttore della nostra biblioteca) ci consente di implementare una modalità mista di partecipazione senza troppe difficoltà, anche se da casa non sentono benissimo se non stiamo vicinissimi ai microfoni. Ho notato che negli ultimi incontri abbiamo raggiunto una certa parità di genere (essendo circa metà delle persone presenti uomini), il che è una sorta di conquista per il nostro GdL.
La discussione è iniziata un po’ in ritardo rispetto al solito. “Una vita da libraio” non ha entusiasmato troppo. Un partecipante ha detto che l’ha abbandonato, senza alcun rimorso perché non sente di essersi perso nulla di speciale. Il libro è un diario giornaliero lungo un anno, da febbraio 2014 a febbraio 2015, in cui l’autore trascrive i fatti principali delle giornate lavorative nella sua libreria dove commercia principalmente libri usati, senza porre troppa enfasi né sugli eventi positivi né su quelli negativi. Questa forma narrativa, con cui la realtà quotidiana viene riportata fedelmente, implica naturalmente l’assenza di una trama ad hoc: non volendo o non potendo inventarsi nulla, l’autore ha semplicemente riportato ciò che è successo, in un modo che inizialmente incuriosisce i lettori, ma dopo già una cinquantina di pagine li porta ad annoiarsi terribilmente, come è successo alla sottoscritta, o a non provare più interessamento. Forse, sarebbe da leggere usando lo stesso passo con cui gli eventi sono riportati, ovvero un giorno alla volta. Anche una partecipante ha affermato che “Una vita da libraio” non è uno di quei “libri della vita”, però le ha comunque risvegliato il ricordo di un libraio che aveva conosciuto in passato. Una malinconia simile l’ha provata un altro partecipante, riflettendo sul libro non tanto come oggetto “in sé”, ma più come oggetto “di sé”, che racconta della persona che lo possiede o che lo legge più di quanto sembri. Una delle attività frequenti del protagonista è infatti quella di recarsi in case private per recuperare biblioteche rimaste dopo la dipartita dei proprietari. Ci siamo perciò domandati cosa potrebbero dire le nostre librerie a dei perfetti sconosciuti che le vedessero per la prima volta. In generale, è stata comunque una lettura indolente, un’occasione persa. Ciò non toglie che alcuni aneddoti riportati nel libro non siano stati divertenti, portandoci a resistere dal chiudere il volume e a portarlo a termine, apprezzando le descrizioni di usi e costumi locali. Questi aspetti sono piaciuti molto a coloro affascinati dal contesto scozzese. Qualcuno ha sottolineato che il protagonista-autore potrebbe essere parso un po’ distaccato proprio per il fatto di essere anglosassone. In ogni caso, per Shaun Bythell ci sono stati sia apprezzamenti sia critiche, soprattutto per la sufficienza con cui descrive di trattare i clienti. In questo modo si rende antipatico e spocchioso, dando il giusto peso solo alla propria vita. Altri l'hanno trovato anche divertente a tratti, ma ipotizzando tuttavia che sia stato poco sincero o che abbia omesso qualcosa, visto che nel libro non sono menzionati troppi insuccessi.
Ci siamo focalizzati poi su uno dei temi più profondi e longitudinali del diario, ovvero la lotta delle librerie indipendenti contro le catene di negozi fisici e specialmente online, come Amazon. È stato interessante questo punto di vista da “dietro le quinte”, cercare di mettersi nei panni dei librai, vivendo le loro soddisfazioni e frustrazioni nel fare questo mestiere. Alcuni librai potrebbero considerare i lettori che si rivolgono a queste catene come delle “brutte persone”, e ciò dal punto di vista del cliente può risultare irritante. Ma il modello con cui confrontarsi al giorno d’oggi è proprio costituito da Amazon che, a livello di efficienza ed efficacia del servizio, nonché di soddisfazione della clientela, non ha concorrenza. Ci sono poi una marea di prodotti oltre ai libri. Tuttavia, negozi più commerciali e rivolti a un pubblico di massa generalmente propongono testi comuni, che vanno per la maggiore, mentre alcune librerie indipendenti possono essere specializzate in alcuni sottogeneri, rivolgendosi e offrendo la loro ricchezza solo a nicchie di persone. Quale futuro sembra prospettarsi per le librerie indipendenti? Purtroppo, la professione del libraio (anzi, del libraio “utile”) sta lentamente sparendo: colui che, appassionato di libri e di cultura in generale, rappresenta un vero e proprio punto di riferimento; colui che, oltre a reperire volumi ordinandoli online, a gestire gli scaffali, gli ordini e le scorte, sa anche dare delle risposte, proporre nuovi titoli, propagare la passione per la lettura. Questa figura sta purtroppo lasciando il posto sempre più a semplici commesse e commessi, che non è garantito abbiano né esperienza né interesse per i libri, magari anche poco incentivati da una posizione precaria o da una retribuzione bassa.
In conclusione, per quanto “Una vita da libraio” non ci abbia colpito molto, ci ha comunque consentito di intavolare discussioni variegate e piene di collegamenti alla nostra “vita da lettori” che, in questi cinque anni, è stata davvero ricca e preziosa, non tanto in termini dei numeri che riporto sotto. Continuiamo così!

58 libri mensili
4 libri annuali
16289 pagine
47 (+1, con questa) recensioni corali
8 incontri extra
4 raduni di gruppi di lettura (3 provinciali e 1 nazionale)
6 partecipazioni a Tornei Letterari di Robinson Repubblica

La ferrovia sotterranea - Colson Whitehead

Ne avevo sentito parlare così bene, che mi aspettavo un capolavoro, o quasi. Purtroppo secondo me non lo è, perché, tematiche importantissime a parte, è un libro disordinato a livello di svolgimento. Mi sono trovata spesso a chiedermi, tra un salto temporale e l'altro: "Perché ha inserito questa parte solo ora?". La storia e gli argomenti sono molto interessanti, ma lo stile della narrazione ostacola e rende faticosa la lettura.

Re: Fuga dal Campo 14 - Blaine Harden

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

A marzo 2017, durante il primo incontro del nostro gruppo di lettura, avevamo discusso il romanzo “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan sul massacro degli armeni, fatto storico avvenuto tra il 1915 e il 1916 di cui non si sente spesso parlare, che non è studiato troppo sui banchi di scuola, e che solo da pochi anni è indicato come genocidio da diverse figure internazionali.
Quasi tornando al punto di partenza, abbiamo chiuso i primi cinque anni delle nostre letture con “Fuga dal Campo 14” di Blaine Harden. È difficile incasellarlo in una categoria specifica. Questo libro infatti non è un romanzo (al più è romanzato in alcune parti), non è una biografia (non contiene tutti i principali fatti della vita del protagonista ed è arricchito di testi culturali), e non è un reportage (non è solo un servizio giornalistico e informativo). “Fuga dal Campo 14” è la storia terribile di Shin Dong-hyuk, nato nel 1980 o nel 1982 nel Campo 14, uno dei campi di internamento della Corea del Nord. Al momento si ritiene che Shin Dong-hyuk sia l’unica persona riuscita a scappare da uno di questi campi. Diventato attivista, ha raccontato la sua vita al giornalista Blaine Harden, l’autore del libro.

Shin Dong-hyuk è cresciuto nella diffidenza totale, senza sapere cosa significhino i concetti di “famiglia” e “legami affettivi”. Ha un’infanzia e un’adolescenza completamente inimmaginabili in cui tradisce anche la madre e il fratello che stavano organizzando la loro fuga dal campo. Shin non ha sentimenti positivi, sopraffatto dall’istinto primordiale dell’essere umano: la sopravvivenza, “mors tua, vita mea”. In un campo dove i bambini raccolgono singoli chicchi di riso per terra per mangiare qualcosa in più (e vengono puniti se scoperti), in cui vengono plasmati dal regime e messi uno contro l’altro continuamente, Shin si comporta come un animale. È la fame uno dei fattori fondamentali a portarlo a fidarsi di Park, un prigioniero politico che gli svela la verità sul mondo esterno e con cui pianifica la propria evasione. È in questo atto di fiducia che c’è l’evoluzione del protagonista, sia nelle azioni sia nei pensieri, che erano già iniziati a cambiare quando un altro prigioniero (un po’ simil Abate Faria de “Il Conte di Montecristo”) si era preso cura di lui. Sembra che Shin scopra e apprenda dei valori positivi durante i fortuiti contatti di bontà con alcune persone, ma questi lo conducono anche a una presa di coscienza sul proprio comportamento, con responsabilità e sensi di colpa.
Il testo prosegue poi con la descrizione degli eventi in cui Shin riesce a raggiungere prima la Cina, poi la Corea del Sud e infine gli Stati Uniti. La distanza tra il “nostro” mondo e quello delle due Coree si sente benissimo, al punto tale che il libro è sembrato quasi distopico, da quanto fosse crudo. È una normalità completamente diversa. Qualche partecipante si è come distaccato per riuscire a proseguire nella lettura che in vari momenti risulta dura e straziante. Shin è un “sommerso” oltre che un salvato. I luoghi comuni che riconosciamo nella nostra realtà in “Fuga dal Campo 14” vengono scardinati completamente.

Per quanto il libro sia stato molto apprezzato, pur nella sua drammaticità, non siamo riusciti molto a empatizzare con i personaggi e lo stile in generale risulta scorrevole ma piatto. Ciò è dovuto probabilmente all’alternarsi di fatti di vita di Shin e i paragrafi più sulla storia, l’economia e la socialità delle due Coree. Un secondo motivo è dato dalla differenza linguistica che c’è tra l’orale (il racconto di Shin al giornalista) e lo scritto (la stesura del testo), nonché dalle varie traduzioni e interpretazioni. Tuttavia, un terzo motivo è che le vicende narrate non hanno convinto tutti noi. Per qualcuno di noi, infatti, Shin non era così ignorante come voleva far credere; alcune scelte le ha fatte consapevolmente, come quella di dare inizialmente un’altra versione dei fatti rispetto al tradimento della madre e del fratello o di andare a trovare il padre poco prima di evadere, pur sapendo che l’avrebbe praticamente condannato a morte. Qualcun altro ha riflettuto proprio sulla freddezza dei rapporti, non solo all’inizio del libro ma anche in seguito, e sull'inverosimiglianza dell'intera vicenda. Lo stesso giornalista Harden, mentre scriveva il libro, ha avuto difficoltà e dubbi sulla veridicità del racconto di Shin, che tra l’altro negli anni successivi ha smentito alcuni fatti narrati tramite Facebook e altri canali di comunicazione.

A differenza del genocidio degli armeni, a cui stiamo cercando di dare riconoscimento sempre più, nel caso dei campi di internamento della Corea del Nord sta ancora prevalendo da una parte l’ignoranza della maggior parte delle persone (tra cui noi stessi) che non hanno alcuna idea o conoscenza del Paese. Molte persone lo associano solo al suo dittatore attuale, Kim Jong-un, ma non ne conoscono né la storia contemporanea né quella passata. Dall’altra parte c’è invece l’indifferenza o l’insufficiente impegno di chi sa e avrebbe i mezzi per fare qualcosa, ma in concreto non agisce per impedire nulla. Per pura coincidenza, abbiamo letto “Fuga dal Campo 14” tra metà e fine gennaio, con una tempestività assoluta perché si tratta del periodo della Giornata della Memoria, la ricorrenza istituita per ricordare le vittime dell’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. In quei giorni si sente spesso ripetere “per non dimenticare”. Il passato è andato, non possiamo correggerlo, ma ci potrebbe insegnare qualcosa sul nostro presente, ricordarci dove non andare, indicarci dove non distogliere lo sguardo, non restare nell’indifferenza. Invece, al termine del libro e della discussione, è rimasta una sensazione di amarezza, perché siamo perfettamente consapevoli che questo monito non l'abbiamo imparato: ci stiamo comunque girando altrove, quando parliamo della Corea del Nord. Non abbiamo gli strumenti e la nostra voce è troppo bassa per farsi sentire. Possiamo solo continuare a discutere e a recensire questo libro, consigliandolo a tutti, indipendentemente dal fatto che Shin Dong-hyuk abbia ammesso di avere cambiato parte della sua versione della storia. Il messaggio principale di denuncia, offerto da “Fuga dal Campo 14”, rimane invariato.

Oliva Denaro - Viola Ardone

“Da quando sono diventata femmina, sto come sotto una tettoia durante un temporale: non mi allontano per non bagnarmi. […] Lui è fermo lì, all’angolo con la merceria di don Ciccio, come ogni giorno da quando gli macchiai i pantaloni con l’arancia, sole o pioggia, vento o canicola, e mi fissa fino a che non giro l’angolo e imbocco lo sterrato verso casa. La mia gonna è tornata pulita, ma quando lui mi guarda mi sembra di avere ancora la macchia.” – Pag. 63-64

Io sono favorevole a “Oliva Denaro”, la storia di una ragazza che cresce negli anni Sessanta in Sicilia, in un paesino dove tutti sanno tutto di tutti, dove ci si mette l’abito buono il giorno della festa per andare a messa, dove “basta una sguardo, basta un sorriso, femmina che sorride ha detto sì” (pag. 66).

Io sono favorevole alla varietà di stili utilizzati da Viola Ardone nelle varie parti del romanzo. Inizialmente la cosa mi aveva un po’ infastidito, soprattutto l’uso dei verbi prima al passato e poi al tempo presente. Tuttavia, quasi subito mi sono ricreduta e ho apprezzato la sperimentazione, specialmente nell’ultima parte, di cui non anticipo nulla a riguardo.

Io sono favorevole a questi romanzi così autentici, romanzi che descrivono una società di un passato recente che c’è bisogno di narrare ancora, non tanto per conservarne obiettivamente i dettagli, quanto per ammonirci su cosa non vorremmo mai tornasse. Perché, nonostante nella sua globalità questa Sicilia degli anni Sessanta sia stata ormai superata, alcune caratteristiche continuano ancora oggi a essere tramandate. Attraverso tradizioni e mentalità poco aperte, riassunte in “si è sempre fatto così”.
Attraverso i vari “la donna dovrebbe pensare ai figli e alla casa“ che sentiamo ancora.
Attraverso i “guarda com’era vestita, un po’ se l’è andata a cercare” (anche se “Nessuna se lo merita: né la castigata, né la scollacciata né la timorata di Dio né la comunista. La colpa è di chi fa, non di chi patisce” – Pag. 195)
Attraverso i titoli dei giornali che non perdono occasione di ricordarci quale dovrebbe essere il nostro ruolo principale (spoiler: madri), o si dimenticano di scrivere nomi e cognomi di professioniste, additandole come “moglie di” o “compagna di”. [A tal riguardo, vi consiglio di seguire la rassegna sessista domenicale di Michela Murgia e @ladonnaacaso su Instagram].

Io sono favorevole a smascherare simili frasi e comportamenti che, purtroppo, sono ancora attuali: hanno solo assunto nuove espressioni. Allo stesso tempo, però, emergono le stesse domande che riporta Viola Ardone:

“Perché abbiamo bisogno di battaglie, di petizioni, di manifestazioni? Di bruciare reggiseni, di mostrare mutande, di implorare di essere credute, di controllare la misura delle gonne, il colore del rossetto, la larghezza dei sorrisi, l’impellenza dei desideri? Che colpa ne ho io, se sono nata femmina?” – Pag. 260-261

Io sono a favorevole a rimarcare che “ogni cosa è politica: le nostre scelte, quello che siamo o non siamo disposti a fare per noi e per gli altri” (pag. 220), che femminismo non vuol dire “maschi vs femmine”. Nel 2022, molte di noi sono in grado di scegliere liberamente e di non dover rendere conto a nessuno delle proprie decisioni, se non a sé stesse. Ma è innegabile che qualcosa sia ancora insito dentro tutti noi, anche dentro noi donne libere. [Buttando giù la frase precedente, inizialmente mi è venuto da scrivere “Nel 2022, molte di noi sono fortunate…”, ma mi è venuta una rabbia dentro: perché dovremmo ritenerci “fortunate” ed etichettare le rimanenti come “sfortunate”? Non è – non dovrebbe essere – una questione di fortuna: è solo ingiustizia].

Io sono favorevole, infine, a storie dedicate a ricordarci il ruolo puro dei genitori, in bilico tra la loro autorevolezza e la loro fragilità. Indimenticabile la figura del padre di Oliva, per cui “se una cosa non funziona, […] bisogna tentare di raddrizzarla” (pag. 134) e che “quando si va per campi sconosciuti è meglio essere in due” (pag. 226).

“Questo faccio io […] Se tu inciampi, io ti sorreggo.”

E ciò lo fanno anche alcuni libri, come questo: ci sorreggono.

Brutta - Giulia Blasi

"Sono come tutte le altre, non lo so come si fa, ad amarsi sempre. Ed è pure un concetto vago, inafferrabile. Cosa vuol dire 'amarsi'? E perché siamo sempre noi a doverlo fare, a dover minare il nostro animo alla ricerca di sentimenti positivi verso il nostro corpo, quando intorno c'è tutto un mondo pensato apposta per farmi fallire? È un altro carico di lavoro che ci tocca fare, altre energie mentali da impiegare, altra fatica. Certo che mi piacerebbe amarmi senza sforzo, ma ci manca solo che mi debba sentire in difetto se non ce la faccio. Mi ci manca solo di dover aggiungere anche questo alla lista di cose che devo fare per essere all'altezza." - Pag. 195

"Brutta. Storia di un corpo come tanti" contiene racconti autobiografici dell'esperienza dell'autrice con la propria crescita fisica e l'accettazione del proprio corpo. Narra della sua statura elevata e della sua magrezza, del portare gli occhiali per la miopia ed essere quindi classificata inevitabilmente come "brutta ma intelligente". Racconta delle meschinità da parte di alcune "amiche" durante gli anni della preadolescenza, dei tiri storti subiti, delle prime cotte non corrisposte e dei confronti con le altre ragazze, che sembravano già più avanti di lei sotto molti aspetti, non solo in termini di sviluppo fisico. Ci sono poi alcuni capitoli ambientati più nei nostri anni, su temi tabù come le mestruazioni e, soprattutto, la menopausa e la vecchiaia di una donna.

Devo dire che non ho trovato niente di particolarmente nuovo, a livello di contenuti. Per gli argomenti e la scorrevolezza, consiglierei il libro ad adolescenti di qualsiasi genere. È scritto bene, ma concordo con chi lo ha recensito prima di me, dicendo che pecca di qualche luogo comune. Probabilmente è ciò che gli consente di essere abbastanza generale. Infatti nel libro ho ritrovato anche me, il mio corpo, e alcuni miei pensieri del passato, qualcuno ancora ogni tanto fluttuante anche nel presente. Soprattutto l'essere sempre pronta a trovare un difetto, un aspetto brutto, in come mi esprimo e come mi pongo. A partire dalla mia faccia altamente espressiva e trasparente, nonostante io apprezzi essere espressiva e trasparente, ma so che non è sempre il caso di non controllare i muscoli del mio viso, non sarebbe sempre appropriato.
Perché siamo cresciuti immersi in una cultura dove la donna si deve prendere cura di sé e, in genere, darsi da fare per piacere alle altre persone. Cultura che, pian piano, stiamo per fortuna scardinando e rimuovendo, salvando il volersi prendere cura di sé (che è tutta un'altra cosa) e l'accettarsi, volendosi bene. C'è maggiore consapevolezza al giorno d'oggi che essere "belle" ha poco a che vedere con i canoni estetici o con le mode del momento. Tuttavia, paradossalmente viviamo comunque negli anni in cui l'immagine e l'apparenza hanno preso il sopravvento, in cui scrolliamo foto e selfie ogni giorno, a volte facendo paragoni, senza realizzare immediatamente che stiamo vedendo ciò che gli altri vogliono farci vedere, ciò che hanno lasciato letteralmente filtrare. Dovremmo ricordarci noi di attivare un qualche filtro in questi casi (di natura un po' diversa, una sorta di funzione inversa), per quantomeno riflettere su cosa abbiamo sotto gli occhi e scartare eventuali commenti negativi su noi stessi, per smetterla di sentirci "brutti" anche quando non c'è motivo.

Il mio cuore è un serraglio - di Allan Gurganus

Sarà che non sono affatto una grande amante dei racconti, ma non sono riuscita ad apprezzare questa raccolta. La storia che mi ha colpito di più è stata "È in ufficio", forse l'unica con cui ho empatizzato un po' perché ho riconosciuto nei protagonisti alcuni tratti familiari. Anche il primo racconto, "Un bravo medico di campagna", mi è rimasto abbastanza impresso. Gli altri, purtroppo, a volte mi hanno lasciato un senso di incompiuto. Gurganus è sì in grado di cambiare stile e voce, da una storia all'altra, ma semplicemente non è riuscito a coinvolgermi.

A proposito di libri - con testi di Concita De Gregorio ... [et al.]

Una raccolta di brevi saggi informativi sui libri e le librerie, i caratteri tipografici, le tipologie di carta, le copertine, le varie professioni che contribuiscono alla lavorazione dei libri, le fasi di produzione e distribuzione dei libri, le principali case editrici italiane (con alcune chicche su Sellerio ed Einaudi). E ancora: approfondimenti sui ghostwriter, sugli audiolibri, su come leggere le classifiche di vendita riportate sui giornali, come avviare una libreria in grandi linee, e chi sono i ladri di libri. Il tutto intervallato da brevissimi racconti di scrittori e giornalisti italiani, quali Francesco Piccolo, Concita De Gregorio, Chiara Valerio, Michele Serra e Luca Sofri. C'è tantissimo in questo piccolo volume di neanche duecentocinquanta pagine, arricchito da illustrazioni, infografiche, glossari ed elenchi di curiosità. Si vede benissimo la cura editoriale di Iperborea, la stessa utilizzata per la collana "The Passenger". L'estetica è delicata, rilassante, perfetta.
Quindi perché quattro stelle e non cinque?
Perché alcuni testi avrei voluto in realtà che fossero più lunghi, meno riassuntivi e più tecnici, e perché mi è sembrato comunque di leggere una serie di articoli indipendenti (come sono nella maggior parte dei casi, a parte uno o due riferimenti incrociati). La mia lettura è stata spesso frammentata, spesso anche perché alcune informazioni già le conoscevo (ma questo non influisce sul giudizio, è un manuale fatto per tutti, soprattutto per chi non ne sa proprio nulla). Infine, mi sarebbe piaciuto che, oltre a contenere testi su come si facciano i libri, ci fosse qualcosa anche su come si conservino, qualcosa che andasse oltre al commercio dei libri e ai libri come merce, ma riguardasse più la loro conservazione e la loro fruibilità, anche gratuita. In altre parole, perché non aggiungere qualcosa anche sulle biblioteche? Chissà che non possa essere spunto per un prossimo volume.

Discorso sulla matematica - Gabriele Lolli

Non so se ho fatto bene a leggere “Discorso sulla matematica” subito dopo avere finito le “Lezioni americane” di Italo Calvino a cui è ispirato. Da un lato, ho pensato che sarei stata freschissima per riconoscere i collegamenti, le analogie e anche le differenze tra l'atteggiamento, le modalità del processo creativo e le qualità del prodotto finale nella letteratura e nella matematica. E così è stato, anche aiutata dalle note a piè di pagina inserite da Lolli, che facilitano questo confronto e viaggio in parallelo. Dall'altro lato, non ho considerato – e dire che leggo da molto tempo, abbastanza da conoscermi – il fatto che, dopo un libro che ho trovato meraviglioso, è spesso difficile che il seguente lo sia altrettanto. O, per lo meno, che sia meraviglioso allo stesso livello, per me.
Il mio giudizio su “Discorso sulla matematica” è stato inevitabilmente condizionato da quello su “Lezioni americane”. Le connessioni fatte da Lolli sono plausibili ed esposte in maniera impeccabile. Da logico, parla spesso di logica, e a volte al lettore sono richieste alcune competenze non scontate. Tuttavia, il problema – mio, lo sottolineo – è che non ho ritrovato la stessa poesia, la stessa scioltezza e la stessa capacità di mescolare argomenti diversi e incantare chi li sta ascoltando, proprie di Calvino. “Ma è logico”, dirà qualcuno. In fondo, Italo Calvino è stato uno dei migliori scrittori italiani di sempre. Comunque, vale assolutamente la pena leggere “Discorso sulla matematica”: superiamo la inutile separazione tra letteratura e matematica e identifichiamone i principi comuni.

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